La presenza del generale Giuseppe Medici, comandante generale delle Armi in Sicilia e insieme prefetto di Palermo, dette alla sua amministrazione un carattere decisamente militare con poteri di pubblica sicurezza su tutta l’isola.

La presenza del generale Giuseppe Medici, comandante generale delle Armi in Sicilia e insieme prefetto di Palermo, dette alla sua amministrazione un carattere decisamente militare con poteri di pubblica sicurezza su tutta l’isola. Egli rimase in Sicilia dal giugno 1868 al dicembre 1873, anni durante cui in Sicilia si registrarono profondi cambiamenti in dipendenza di eventi di carattere internazionale, come l’instaurazione dell’impero germanico ad opera di Bismark, dopo la sconfitta della Francia a Sedan; il trasferimento della capitale d’Italia a Roma, dopo la conquista dello Stato Pontificio nel 1870, che avvicinava la capitale al Mezzogiorno, modificandone i rapporti; la parentesi della Comune di Parigi, finita tragicamente nel 1871; la preoccupante comparsa dell’"Internazionale socialista".

L’opera del Medici fu caratterizzato da grande zelo, soprattutto in vista di due obiettivi: da un lato miglioramento delle condizioni di vita del ceto popolare, dall’altro lotta alla criminalità. Riguardo al primo punto egli dedicò particolari cure ai lavori pubblici e alla pubblica istruzione; riguardo al secondo punto egli cercò di assicurarsi la collaborazione degli organi giudiziari, particolarmente del procuratore del re a Palermo, convinto com’ era che l’annientamento della delinquenza avrebbe rappresentato anche la fine del "manutengolismo" mafioso, perchè i proprietari non avrebbero più avuto bisogno di essere protetti dai criminali. In Sicilia si era instaurato un sistema privato di vassallaggio, che prevaleva sul rapporto tra governanti e sudditi.I proprietari terrieri si servivano della mafia (altrimenti detta "mano nera") per proteggere i loro possedimenti da criminali e ribelli e per assicurarsi il potere a livello locale, controllando le elezioni.Persino le autorità governative erano costrette a venire a patti con la mafia, come ebbe apertamente a dichiarare il siciliano, marchese Antonio di Rudinì, diventato prefetto di Palermo nel 1867: esse le permettevano alcune illegalità allo scopo di averne la collaborazione contro altri criminali.

Sotto il Medici furono costruite nuove strade e fu riprea la costruzione della rete ferroviaria nel tratto Palermo-Termini-Lercara.Consistente impulso al commercio fu dato dall’istituzione a Palermo di magazzini generali per la custodia delle merci in partenza, in arrivo e, comunque, in giacenza, in attesa di essere immesse nei circuiti commerciali. La lotta all’analfabetismo dette i suoi frutti con una percentuale di incremento degli alfabetizzati molto più alta di quella dell’incremento demografico.l generale Medici contava di risollevare le condizioni della Sicilia puntando sull’appoggio dell’alta borghesia dell’isola, di cui cercava di stimolare l’iniziativa privata.

I dati forniti dalla Camera di Commercio di Palermo nel 1872 registrano la presenza di 1.038 iscritti, prova dell’impulso che il capitalismo isolano ricevette sotto il Medici. Egli si fece promotore della costituzione di un Consorzio tra le province di Trapani e di Palermo per la costruzione di una linea ferroviaria, che, unendo le due province, toccasse i principali comuni, ed a sostegno di questa iniziativa sollecitò contributi da parte del governo. I commerci marittimi fra i paesi delle coste dell’isola e fra l’isola e il Continente si avvalevano della presenza di due grosse compagnie: la Società di navigazione "Florio", sorta nel 1838-’39, e la Società di navigazione "La Trinacria", sorta nel dicembre del 1869 per impulso del prefetto Medici.

L’opera del Medici andò, però, esclusivamente a vantaggio dei ceti abbienti, mentre gli strati più umili della pazione continuarono ad avere un assai basso tenore di vita.Si allargò sempre più la forbice tra questi due ceti, mentre non furono create le condizioni per il sorgere di una classe medio-borghese, la cui presenza nel tessuto sociale avrebbe costituito un elemento di reale progresso. Per contro i ceti più umili, nel clima creato dal Medici, acquistarono una notevole coscienza di classe, costituendo, così, un pericolo per i capitalisti, dal momento che sotto il Medici non vi furono sostanziali riforme sociali, ma si continuò con l’indirizzo liberale instaurato dopo l’Unità, che favoriva soprattutto i ceti capitalistici.

La concessione in enfiteusi dei beni ecclesiastici, ultimata nel 1871,, non fece sorgere una classe di piccoli proprietari, come era nell’intento del governo, ma i 20.300 lotti assegnati finirono nelle mani di grossi proprietari terrieri con vari &#egrave;scamotages, come quello dei prestanome. Una prova di ciò sono i dati del catasto, forniti dallo studioso Michele Basile: nel catasto compilato dal 1823 al 1852 i proprietari terrieri erano 608.601, il loro numero risultava sceso a 549.957 il Iº gennaio 1871.Anche questa cifra non corrisponde al vero, perchè comprende anche i falsi assegnatari, come documentato da un’indagine condotta dall’ispettore Giulio Cesare Bertozzi, inviato in Sicilia insieme ad altri ispettori del demanio nel 1878, per raccogliere i dati dell’avvenuta censuazione; risultò, infatti, sull’ammontare dei canoni annui che solo il 23% riguardava gli enfiteusi con una sola quota, il restante 77% riguardava enfiteuti in possesso di più quote.Il Bertozzi, al termine della sua ispezione, comunicò che non c’era corrispondenza tra la divisione in lotti ed il reale possesso delle quote: solo il 23% delle terre ecclesiastiche era stato assegnato in quote singole, il restante 77%, accorpato in lotti di più quote, era finito nelle mani di ricchi proprietari, snaturando gli scopi dell’operazione condotta dal governo e confermando i timori espressi dai repubblicani, capeggiati dal Badia, riguardo alla censuazione dei beni ecclesiastici.

In Sicilia non si formò, dunque, una classe di piccoli proprietari, ma crebbe il latifondo; il denaro che il governo ricavò dalla censuazione, peraltro in misura inferiore al reale valore delle terre, fu impiegato nelle regioni settentrionali con l’obiettivo di fare dell’Italia una potenza industriale.