Le relazioni dei funzionari piemontesi presenti in Sicilia subito dopo la spedizione dei Mille mettevano costantemente in luce lo stato di precarietà della sicurezza pubblica, che, a loro dire, rischiava di vanificare l’unità nazionale raggiunta e che in ogni caso rendeva la Sicilia difficilmente amministrabile.

Giacomo de Medici

ll governo di Torino recepì tali preoccupazioni ed il ministroMinghetti del governoRicasoli si preoccupò di inviare nell’Italia meridionale ed in Sicilia durante il governo luogotenenziale (1860-1862) Diomede Pantaleoni allo scopo di accertare le condizioni morali, sociali ed economiche del Mezzogiorno e di dare al governo la possibilità di intervenire in maniera efficace.L’inchiesta condotta dal Pantaleoni, ma ancora più le sue lettere al ministro, mettono in luce uno stato endemico di disordine, spesso capitanato dagli stessi sindaci, che non era da impuntare al brigantaggio, ma ad un atteggiamento diffuso nella mentalità siciliana.Il Pantaleoni, che dà all’aristocrazia liberale il merito di avere diretto i moti politici, poi confluiti nell’unità nazionale, attribuisce questo stato di disordine a disegni politici diretti a distruggerla.Una diversa e più attendibile chiave di lettura del fenomeno offrono le testimonianze di patrioti settentrionali venuti in Sicilia con lo scopo di prestare il loro aiuto, come il sacerdote Benedetto Zenner, che nelle sue lettere a don Alberto Cavalletto, segretario del "Comitato politico centrale veneto", nega il carattere politico dei moti, poi sfociati nell’unificazione, ma ne ribadisce il carattere prettamente sociale; il programma politico sostenuto da pochi elementi aveva dato alla protesta sociale un’idea politica che non era stata recepita dalle masse e, quindi, il permanere dello stato di disagio sociale aveva determinato il perdurare dell’opposizione agli organi istituzionali e il proliferare di brigantaggio, mafia e delinquenza.

Durante la rivoluzione siciliana del 1866 il governo centrale, che frattanto si era trasferito a Firenze dopo la firma della "Convenzione di settembre" con la Francia, avvertì l’esigenza di meglio accertare le reali condizioni della Sicilia, per evitare il ripetersi di fenomeni rivoluzionari.A tal fine fu nominata dalla Camera il 25 aprile 1867 una Commissione parlamentare d’inchiesta, sotto la presidenza dell’on. Giuseppe Pisanelli, per accertare le reali condizioni della città di Palermo e dell’intera provincia.

Frattanto in Sicilia era scoppiata un’epidemia di colera, prima diffusasi nell’Italia meridionale, che era approdata in Sicilia insieme al corpo di spedizione venuto per reprimere il moto di Palermo. L’epidemia fu particolarmente violenta (dall’ottobre ‘66 all’agosto ’67 vi furono circa 53.000 morti) e la coincidenza del suo inizio con l’arrivo del corpo di spedizione fece attribuire la sua diffusione dalla credulità popolare (e non soltanto) ad un "veleno" sparso di proposito dal governo forse per incrementare il gettito della tassa di successione.

Palermo fu la provincia più colpita e molte famiglie dei ceti agiati emigrarono anche all’estero, mentre il popolo rifiutava viveri, medicinali ed indumenti mandati dal governo in suo soccorso. I comuni che non erano stati colpiti dal morbo, nel sospetto che l’epidemia fosse diffusa dal governo, rifiutarono i presidi militari mandati per il mantenimento dell’ordine ed in qualche caso agenti di pubblica sicurezza arrivati all’improvviso furono accolti a fucilate.

In questo clima di terrore, che induceva a mettere al primo posto la salvaguardia dell’incolumità personale, le passioni politiche furono poste in secondo piano, ma, nonostante ciò, i partiti di opposizione, cioè la sinistra e gli autonomisti, guadagnarono terreno e si sviluppò anche negli strati piùbassi della popolazione un maggiore interesse politico e una maggiore coscienza di classe, che si evidenziarono con l’organizzazione di numerose società operaie e di manifestazioni di protesta.

Questo era il clima che la Commissione parlamentare d’inchiesta trovò a Palermo il 16 maggio 1867 e, essendo desiderio del ministero che la Commissione completasse i suoi lavori prima della chiusura festiva del parlamento, essa procedette con molta celerità, tanto che il Iº giugno l’inchiesta fu ultimata e la Commissione rientrò a Firenze. Tale celerità generò pessimismo nei siciliani, che temevano, come gia’ avvenuto in passato, che la Commissione manifestasse superficialita’ nelle sue conclusioni e non andasse alla radice dei problemi, definendo "inesplicabili" i fenomeni siciliani.

Scontente furono soprattutto l’alta borghesia e la nobiltà, che speravano nell’immediata applicazione di leggi eccezionali, per garantire l’ordine pubblico, spingendosi persino a sollecitarle.

La relazione della Commissione d’inchiesta mise in luce che i moti insurrezionali in Sicilia erano stati generati dal malcontento derivantue precarie condizioni economico-sociali. Dunque, per intervenire in modo efficace, il governo doveva promuovere lo sviluppo costruendo strade e aprendo nuove scuole, allo scopo di migliorare il tenore di vita e quindi neutralizzare le tendenze malavitose.

I risultati dell’inchiesta furono presentati il 2 luglio alla Camera dal relatore, on. Giovanni Fabrizi, unitamente a sei progetti di legge formulati dalla stessa Commissione.Di essa ne furono approvati solo quattro riguardanti provvedimenti finanziari per opere stradali e sussidi agli impiegati di Palermo, mentre fu rimandata alla sessione seguente la discussione sul progetto di obbligatorietà della costruzione delle strade e su quello riguardante i detenuti politici. Quest’ultimo argomento era stato motivo di contrasti in seno alla Commissione d’inchiesta, perchè 5 componenti su 7 si erano dichiarati contrari alla liberazione di uomini certamente pericolosi.Il prefetto di Palermo, Rudinì, favorevole alla liberazione dei detenuti per motivi politici, si dimise per protesta allorchè la discussione sull’argomento fu rimandata alla sessione seguente ed il governo pensò di affidare l’amministrazione di Palermo ad un alto ufficiale dell’esercito, che ricoprisse, insieme alle funzioni amministrative, quelle di pubblica sicurezza, allo scopo di impedire, con la presenza di un governo forte, eventuali tentativi insurrezionali e di rassicurare in qualche modo quelli che invocavano l’adozione diprovvedimenti eccezionali a garanzia della sicurezza pubblica. Il delicato incarico fu affidato al gen. Giacomo Medici, già dal 2 dicembre ’66 comandante generale delle truppe in Sicilia, che accettò solo quando ebbe dal governo esplicite assicurazioni che in Sicilia sarebbero stati ripresi immediatamente i lavori di costruzione delle ferrovie e si sarebbe dato impulso alla costruzione di opere pubbliche.