Il Cavour nelle sue funzioni di capo di governo ebbe come obiettivo l’inserimento della politica italiana nel contesto europeo e il riconoscimento da parte delle potenze europee della nuova realtà italiana.
Nell’attuare questo programma egli fu abilissimo e riuscì perfino a convogliarvi l’impresa dei Mille, pur non avendola favorita, inoltre subordinò sempre alla politica estera i problemi interni dell’Italia nel clima di equilibrio su basi liberali moderate instauratosi in Europa nella prima metà dell’Ottocento, la politica piemontese nel Mezzogiono fu mirata a cancellare tutti i provvedimenti di tendenza democratica e popolare della dittatura garibaldina con evidente danno per le classi meno abbienti.
Cavour, pur rendendosi conto delle spiccatedifferenze di ordine economico-sociale esistenti tra Nord e Sud d’Italia, adottò criteri di rigida uniformità amministrativa, respingendo i progetti sulle autonomie regionali, presentati nel ’61 alla Camera di Commercio da Minghetti, che richiamavano nelle linee generali quelle del Farini.
Le proposte del Consiglio di Stato straordinario, sorto in Sicilia sotto la prodittatura del Mordini, furono decisamente accantonate, così come lo erano state richieste simili della Toscana.
Il 2 dicembre 1860 il re Vittorio Emanuele venne in Sicilia e, nel ricevere dal prodittatore i risultati del plebiscito, manifestò il proposito di instaurare in Sicilia un clima di riparazione e di concordia ed a tal fine istituì un governo luogotenenziale affidato a Massimo Cordero di Montezemolo.
In realtà il nuovo governo si caratterizzò come regime militare, non per nulla Montezemolo, Della Rovere e Pettinengo, i tre luogotenenti che si succedettero fino al 31 gennaio ‘62, data in cui l’istituto fu soppresso, erano alti ufficiali dell’esercito e le loro maggiori cure furono dedicate alla levaobbligatoria, che suscitò molto malcontento e registrò molti renitenti.
L’eliminazione delle riforme democratiche introdotte da dei borghesi e degli aristocratici, che dopo il plebiscito si erano saldamente insediati nelle amministrazioni comunali. Si determinò, quindi, in Sicilia una frattura tra la classe dirigente e le masse popolari, che avevano avuto in Garibaldi il loro idolo e che ora si sentivano profondamente deluse.
Il malcontento generato da nuove imposte e da ingiustizie sociali ebbe modo di manifestarsi soprattutto nella renitenza alla leva, anch’essa strumento di ingiustizia, infatti i possidenti potevano ottenere l’esenzione dal servizio militare versando alla tesoreria provinciale una somma di denaro considerevole. Il governo non volle usare i mezzi forti contro i renitenti, anche perchè contrari alla leva erano anche i borghesi e gli aristocratici, che vedevano le campagne infestate da bande di renitenti, che rappresentavano un pericolo per la proprietà e la sicurezza.
Il governo luogotenenziale, che avrebbe dovuto avviare l’unione tra Nord e Sud, invece, per i metodi usati, scavò ancora di più il solco esistente tra le due realtà. La struttura sociale siciliana era rimasta di tipo feudale, anche dopo la Costituzione del 1812, e la mentalità delle classi egemoni profondamente conservatrice. La maggiore fonte di ricchezza era rappresentata dalla proprietà terriera, in cui venivano immobilizzati i proventi di altre attività, dal momento che il possidente siciliano mirava a costituirsi una sicura base di reddito, rifuggendo dal reinvestirne i profitti.
Il proletariato agricolo viveva in condizioni di miseria, mentre riusciva spesso a costruire la sua fortuna sul latifondo il "gabelloto", imprenditore agricolo che prendeva i " feudi" in affitto (l’uso del termine è illuminante per comprendere come l’abolizione della feudalità non avesse inciso profondamente nella realtà economica) e li subaffittavano a "burgisi", agricoltori che, spesso, per l’esosità del compenso corrisposto, andavano in rovina.
Nei latifondi si era sviluppata la forma abitativa rurale accentrata, tipica della struttura feudale.
I 359 comuni dell’isola, raggruppati intorno a sette province, corrispondenti alle intendenze borboniche, vivevano isolati e indipendenti l’uno dall’altro, perchè, nonostante la rete stradale fosse relativamente sviluppata, le cattive condizioni della viabilità rendevano problematici i rapporti culturali e commerciali tra i vari comuni.
Mentre Garibaldi aveva nominato nelle varie province governatori locali, i governatori chiamarono governatori "continentali", che reagirono all’impatto con una realtà così diversa dalla loro mostrandosi duri e boriosi e disprezzando apertamente usanze e consuetudini di vita che non comprendevano e che sbrigativamente bollavano come incivili.
Emblematico fu l’episodio che vide i palermitani entusiasti dare il benvenuto al re Vittorio Emanuele in visita a Palermo staccando i cavalli della sua carrozza per prendere il loro posto: il re chiese loro di smetterla, perchè egli preferiva gli uomini veri e non quelli che imitavano le bestie.
Rimasero sempre tra piemontesi e siciliani incomprensioni di fondo, perchè i primi si ritenevano civilizzatori della Sicilia, i secondi si sentivano oppressi e strumentalizzati.
Il governo luogotenenziale venne, dunque, meno al compito affidatogli di avvicinare Nord e Sud e spesso dovette fare uso della forza. Gli furono avverse le masse popolari a causa della leva obbligatoria, i repubblicani ed i borbonici perchè esclusi dalle cariche pubbliche per motivi politici, gli annessionisti perchè delusi nelle loro aspirazioni di autonomia amministrativa. Vi fu persino un rilancio della proposta di unione, alla Gran Bretagna, già ventilata nel 1812 durante l’esercizio di potere di lord Bentinck, segno di quanto il dissenso fosse profondo.
Aggravio fiscale e leva obbligatoria furono i provvedimenti più impopolari: il primo perchè socialmente ingiusto, la seconda perchè sottraeva valide braccia al lavoro nei campi, che era tradizione precluso alle donne. Inoltre i Siciliani non vedevano nessuna buona causa per cui combattere, che sorpassasse i confini della loro isola. Numerosi furono i renitenti ed i disertori, che andarono ad ingrossare le file della malavita organizzata.
Contro di essa i piemontesi fecero ben poco, infatti il frazionamento dell’isola in sette province, diretto a scoraggiare il patriottismo, e la divisione delle competenze di polizia in quattro sezioni rendevano problematico il coordinamento delle operazioni con il conseguente incremento del brigantaggio, che, talvolta, godeva persino della protezione di aristocratici, mentre c’erano funzionari di dogana che praticavano il contrabbando.
E’ emblematico il fatto che in una commedia rappresentata nel 1863, "I mafiusi di la Vicaria", il termine viene usato per indicare un fenomeno sociale esistente già da parecchio tempo, ma che dopo il 1860 era emerso potentemente.
La "mafia" era presente in quei settori della vita organizzata che erano fonte di lucro ed era usata dai proprietari e dai gabelloti per intimidire e tenere in pugno i contadini, dai dai gabelloti per ottenere migliori condizioni di affitto dai proprietari.
Il fenomeno era reso più complesso dalla suddivisione dell’organizzazione mafiosa in "cosche" sempre in lotta tra di loro per estendere la sfera di influenza, infatti non era più solo la terra l’oggetto dei loro loschi traffici, ma anche il commercio, l’industria, i lavori pubblici, il gioco d’azzardo.
Dieci volte più frequenti che in Piemonte erano gli assassini che si registravano non solo nella Sicilia occidentale, ma anche in quella orientale.
La mafia godeva anche della protezione dei politici, che avevano bisogno delle sue manipolazioni per fini elettorali e in cambio favorivano le mire di borghesi, spesso corrotti, nelle amministrazioni locali. In caso di elezioni, con un elettorato di circa l’1%, il successo di un candidato veniva assicurato con le intimidazioni mafiose, ecco perchè raramente veniva eletto un non siciliano.
Giustizia, ospedali, istituti di credito (era da poco sorto il Banco di Sicilia) e di beneficienza erano sotto il saldo controllo di famiglie che ereditariamente detenevano il potere locale e che spesso si macchiavano di peculato.
I prefetti che volevano garantire libere elezioni venivano fatti oggetto di intimidazioni o venivano trasferiti in seguito alle lamentele presentate al governo. Essi, per il quieto vivere, dovevano favorire la vittoria dei candidati governativi e ricompensare i "grandi elettori" per l’aiuto prestato.
Il clima sociale che seguì l’unità d’Italia è efficacemente descritto ne "I vicere’" di Federico De Roberto e ne "Il Gattopardo" di G. Tomasi di Lampedusa, due opere letterarie emblematiche del periodo post-unitario.
Il clima di ribellione in Sicilia spiega come un certo numero di siciliani corse all’appello di garibaldi, che restava per loro un mito, quando egli tentò di liberare Roma, contro il parere del governo di Torino, scegliendo la Sicilia come base di partenza, e lo stesso motivo spiega l’atteggiamento del governo, che tentò di impedire l’avanzata garibaldina non solo per il timore di reazioni della Francia, ma anche per il timore di una vasta ribellione nell’isola.
E’ opportuno, però, sottolineare che i volontari siciliani furono appena 3.000, mentre nel ’60 erano stati 15.000, segno di quanto i siciliani si sentissero estranei all’unita’ italiana.
La rezione del governo fu molto dura: fu dichiarato lo stato di emergenza e la legge marziale, fu posto il blocco all’isola, mentre venivano operati piu’ di 2.000 arresti nella sola provincia di Palermo.
Le funzioni civili furono affidate a generali con il pretesto dell’imperversare del brigantaggiò, ma in realta per il timore di una rivolta che vanificasse gli sforzi fatti per l’annessione. I proprietari terrieri si schierarono dalla parte del governo di Torino e videro nei provvedimenti da esso adottati un rimedio per rimettere ordine nell’isola a garanzia della legalita’ e della proprietà.




