La caduta delle barriere doganali dopo l’unificazione introdusse la Sicilia nel più vasto mercato della penisola, costringendola a confrontarsi con sistemi economici più avanzati, di cui non poteva sostenere la concorrenza, nè il governo adottò misure per agevolare la graduale integrazione dell’isola nel mercato nazionale, ignorando quali fossero le reali condizioni dell’agricoltura e dell’industria siciliana.

La conseguenza fu il declino dell’industria siciliana, che i settentrionali non erano interessati a proteggere con il rischio di suscitarne la cocnorrenza, e il declino dell’artigianato, anch’esso sconfitto dai prodotti industriali del Nord. Il triangolo Torino-Milano-Genova era il centro attorno a cui gravitava la vita politica ed economica italiana e gli interessi nazionali vennero a coincidere con quelli del Settentrione. L’industria settentrionale, che fu oggetto di particolari attenzioni da parte del governo nell’intento di fare dell’Italia una potenza industriale, godeva di condizioni di vantaggio per le migliori infrastrutture, la manodopera più qualificata, la vicinanza ai mercati di consumo. Convogliare di preferenza verso il Settentrione le materie prime per l’esistenza di condizioni ottimali di utilizzo fu la scelta operata dal governo, che, se da un lato era plausibile, dall’altro perpetuava ed accentuava il divario esistente tra Nord e Sud d’Italia.

Il ruolo economico assegnato alla Sicilia fu, dunque, quello di esportatrice di materie prime e importatrice di manufatti, mentre nel clima liberalista instaurato dal Cavour ebbe un incremento transitorio lesportazione dei prodotti agricoli (olio d’oliva e vino) e dello zolfo siciliano, che contribuirono notevolmente all’equilibrio della bilancia commerciale. Non fù, però, dedicata adeguata attenzione alla bilancia economica siciliana e alla necessità di riforme che garantissero una maggiore giustizia sociale.

Nel contempo l’isola, nel clima di austerità creato dal governo in vista del raggiungimento del pareggio del bilancio statale, fu gravata di imposte soprattutto sui generi di consumo di prima necessità, come la tassa sul macinato, che dissanguarono l’isola. La Sicilia, quando entrò a far parte dello stato italiano, aveva una bilancia commerciale abbastanza equilibrata ed un debito nazionale inferiore a quello degli altri stati annessi al Piemonte, sicchè l’accorpamento dei debiti regionali fu per essa svantagioso. Questo debito collettivo, suddiviso tra le varie regioni, fece aumentare improvvisamente di un terzo il contributo fiscale della Sicilia, onere per essa insopportabile.

Parimenti lo sgravio dei debiti delle singole città e villaggi, che lo Stato si accollò, fu vanificato dall’onere imposto alle autorità locali di costruire strade, scuole, cimiteri e altre opere pubbliche, onere che la comunità non era in grado di sostenere. La politica fiscale del governo imponeva alla Sicilia un ritmo che essa non era in grado di tenere, per investire al Nord ciò che era sottratto in termini fiscali al Sud, le cui condizioni di sottosviluppo erano inevitabilmente destinate ad aggravarsi. Questa politica economica manifestava grande miopia, perchè migliorare le condizioni economico-sociali del Sud avrebbe significato per il Nord una maggiore espansione sul piano commerciale per l’incremento dei consumi.

Un altro elemento della politica governativa che incise negativamente sulle condizioni della Sicilia fu la repentina adozione delle leggi anticlericali piemontesi. In Sicilia il clero, a differenza he altrove, era di idee liberali ed aveva dato, soprattutto il basso clero, non poco aiuto alla rivoluzione garibaldina. Nonostante le raccomandazioni di prudenza di alcuni politici, che mettevano in risalto le attività caritative della Chiesa, il cui ruolo era difficilmente soatituibile, e nonostante il patriottismo del clero siciliano, che aveva l’appoggio incondizionato del popolo, il governo sciolse ordini religiosi e confiscò le proprietà ecclesiastiche.

Con questo provvedimento il governo ottenne il duplice scopo di impinguare le casse statali e di ingraziarsi i proprietari terrieri, che guardavano con cupidigia circa 250.000 ettari potenzialmente immessi sul mercato. Vane erano le illusioni di un gruppo sparuto di radicali, che vedevano in questo provvedimento la possibilità di applicare le leggi sul frazionamento dei fondi ecclesiastici di re Ferdinando e di Garibaldicon distribuzione di terre date in censo ai nullatenenti per compensarli della perdita degli usi civici seguita all’abolizione della feudalità del 1812.

La classe liberale vincitrice della rivoluzione politica, contraria a qualsiasi riforma sociale, si dichiarò contraria a qualsiasi riforma sociale, si dichiarò contraria all’assegnazione per sorteggio ai nullatenenti delle terre confiscate frazionate in piccoli lotti, ma propose che fossero vendute all’asta in unità di una certa consistenza. Il parlamento accolse questa richiesta e, nel vano tentativo di limitare gli abusi, stabilì che nessuno potesse ottenere l’assegnazione di più di un lotto.

In realtà con l’intervento della mafia, che intimidì i banditori, si strinsero accordi tra pochi potenti compratori, per eliminare la concorrenza, mantenere basso il prezzo ed accaparrarsi molti lotti di terra tramite falsi acquirenti, sicchè gran parte dell’enorme patrimonio terriero ecclesiastico passò nelle mani di una classe dirigente priva, peraltro, di iniziativa economica e di senso di responsabilità politica, mentre lo Stato ricavò dalle vendite una somma assai inferiore al valore reale, in qualche caso appena un decimo di esso.

Solo una piccola estensione passò nelle mani di nuovi proprietari, che ne curarono al meglio la coltivazione. I latifondisti, invece, che si erano accaparrati la maggior parte del patrimonio ecclesiastico, si accontentavano di un reddito terriero del 2 per cento, renitenti com’erano a qualsiasi intervento in migliorie, mentre preferivano investire i loro capitali nell’acquisto di nuova terra. La conseguenza di questa erazione fu la disoccupazione di circa 15.000 unità di laici, essendo i nuovi padroni assai più avidi dei precedenti, e il venir meno di una serie di attività caritative, che lo Stato non fu un grado di rimpiazzare.

Da questo momento la Chiesa passò all’opposizione, entrando, a volte, in urto con la polizia, mentre il governo, per dimostrare la solidità dell’unificazione italiana, usava metodi autoritari e non perdeva occasione per scomunicare politicamente Garibaldi e Mazzini, trattati con notevole ingenerosità. Si formò in Sicilia un forte gruppo di opposizione costituito da ecclesiastici, borbonici, autonomisti ed anche mafiosi.

Questi ultimi fiutavano i vantaggi di una nuova rivoluzione ed erano sempre pronti a cambiare bandiera. L’opposizione, non avendo rappresentanza in parlamento, operava in clandestinità e dette luogo alla rivoluzione del 1866, evento con profonde motivazioni sociali, che il governo ancora una volta preferì ignorare.