L’eredità del partito d’azione, dopo la morte di Corrao, fu raccolta da Giuseppe Badia, ma la rivoluzione preparata dal Corrao, di cui Badia era stretto collaboratore, non scoppiò a causa del disorientamento seguito alla sua morte.
I contrasti esistenti tra le due correnti del partito repubblicano esplosero in occasione della presentazione da parte del ministro Vacca l’11 aprile 1864 di un disegno di legge, che prevedeva lo scioglimento degli ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni da parte dello Stato. La questione era di grande rilevanza, perchè le terre delle corporazioni religiose avevano un’estensione di circa 230.000 ettari (1/10 dei terreni coltivabili dell’isola). Il Badia ed i suoi seguaci avrebbero voluto che detti beni fossero destinati al popolo, tramite l’assegnazione ai comuni, che li avrebbero distribuiti in censuazione.
Essi erano, dunque, contrari al disegno di legge assieme al clero, ai borbonici ed al proletariato cittadino e rurale. Fu stilata da Filippo Lo Presti una "Dichiarazione dei diritti del popolo in rapporto ai beni di manomorta", in cui si evidenziava come l’abolizione della manomorta ecclesiastica, lungi dall’essere un atto significativo sulla via del progresso, fosse, invece, un atto di fine diplomazia, mirato a spogliare il popolo dei suoi diritti a vantaggio dello Stato.
Liberali e repubblicani democratici appoggiavano, invece, il disegno di legge Vacca, perchè vedevano in esso un modo per limitare il potere della Chiesa, che era di ostacolo al compimento dell’unità nazionale; il d.d.l. Vacca rappresentava, comunque, un passo avanti sulla strada del progresso, pur se realizzato dal potere monarchico costituito.
Il 22 gennaio 1865, mentre nell’atrio dell’ università di Palermo si teneva un meeting, organizzato da liberali e moderati a sostegno del d.d.l. Vacca, che aveva avuto come oratori ufficiali il duca della Verdura e Francesco Perroni Pladini, il popolo ne interruppe lo svolgimento facendo improvvisa irruzione. Fu necessario l’intervento della Guardia Nazionale per disperdere i dimostranti, mentre liberali e repubblicani moderati gridavano contro il Badia e i suoi seguaci, che si erano circondati di clericali, borbonici e malandrini, tutti nemici delle libertà costituzionali e del progresso.
Il nuovo prefetto di Palermo, marchese Filippo Gualterio, (i disordini erano avvenuti sotto il prefetto conte di Cossilla), maturò un suo progetto per ridare tranquillità all’isola e fare rinascere la fiducia nelle stituzioni. Egli partiva dalla convinzione che alla radice dei mali dell’isola ci fosse l’opera della mafia, sorretta dal partito borbonico con la mediazione del Badia; bisognava, dunque, sconfiggerla sul terreno politico con un’azione decisa e concentrata da varie istituzioni, soprattutto in vista delle prossime elezioni parlamentari.Furono incaricati di approntare un piano militare nelle province di Palermo, Trapani e Girgentiil generale Medici, comandante della divisione militare di Palermo, e il questore Pinna.
L’operazione, a cui parteciparono anche agenti di pubblica sicurezza per evitare l’accusa di militarismo, si svolse con l’accordo dei prefetti delle tre province e del procuratore generale Interdonato in rappresentanza della magistratura. Lo scopo era quello di tagliare il nesso tra borbonici e mafia, che era rappresentato dall’ala oltranzista repubblicana, capeggiata dal Badia, che, colpito da mandato di cattura per i disordini del meeting di Palermo, si diede alla latitanza. Le operazioni ebbero inizio il 1º maggio 1865, impegnarono circa 15.000 uomini e durarono circa sei mesi, durante cui la Sicilia si trovò ancora una volta in stato di guerra. Per la prima volta si mettevano in evidenza i rapporti tra mafia e politica, motivi costante della storia siciliana fino ad oggi.




