Un importante documento per conoscere le reali condizioni dell’agricoltura siciliana sono i capitoli ad essa dedicati nel rapporto sull’agricoltura italiana pubblicato nel 1886 da una commissione presieduta dal sen. Jacini.
Il problema di fondo della Sicilia era la sua incapacità a produrre derrate alimentari in quantità sufficiente in relazione all’aumento della popolazione e, questa sua incapacità derivava, innanzitutto, dai sistemi di coltivazione della terra.
I tre quarti della Sicilia erano nelle mani di pochi latifondisti e il numero dei proprietari andava sempre a decrescere, perchè nei periodi di crisi i piccoli proprietari erano nell’impossibilità di pagare le imposte e di estinguere i debiti contratti per pagare le sementi e quan’altro serviva alla coltivazione della terra, sicchè venivano privati di essa, che finiva nelle mani di grossi proprietari. Questi ultimi riuscirono persino a fare abrogare definitivamente le leggi sulla distribuzione delle terre comuni dei villaggi, prima soggette agli usi civici, legalizzando, così, un numero enorme di privatizzazioni illecite.
Due studiosi del problema della distribuzione terriera in Sicilia sostenevano che le piccole proprietà potevano produrre proporzionalmente più del latifondo, a condizione che gli affitti fossero di lunga durata e che i prestiti fossero erogati a condizioni vantaggiose. Anche il Sonnino era del parere che bisognasse suddividere i latifondi, selezionando, però, le terre in relazione alle loro diverse qualità, per stabilire la consistenza delle varie unità produttive.
Il credito agrario fino al 1860 era praticato da istituti di beneficienza, che applicavano tassi intorno al 4%; nel 1877 ne rimanevano soltanto una mezza dozzina, perchè se ne erano appropriati i notabili dei villaggi per i propri finanziamenti. Ai contadini non restava altro che usufruire dei prestiti usurari al tasso, talvolta, del 100%. In alternativa avrebbero dovuto essere gli stessi latifondisti a investire capitali nel miglioramento delle coltivazioni per un più razionale sfruttamento della terra, o, almeno, avrebbero dovuto fare pei prestiti a condizioni vantaggiose ai loro affittuari, per incoraggiarli ad apportare migliorie. Ma quest’alternativa era inattuabile per la totale sordità dei proprietari nei confronti del problema, tanto più perchè riuscivano a manovrare la politica in modo tale da non essere costretti ad alcun tipo di riforma.
Il problema agrario siciliano non fu mai preso in seria considerazione dal parlamento italiano, perchè erano gli stessi deputati siciliani ad impedirlo e perchè il sistema dei governi di coalizione esponeva al rischio, sollevando il problema, di perdere molti voti per conquistarne pochi.
L’unità agraria produttiva di base rimase, quindi, in Sicilia il latifondo a colture estensive, che non richiedevano impiego di capitali. Esse erano, però, antieconomiche: il reddito per ettaro era così basso da rendere necessaria persino l’importazione di cereali, che erano sempre stati il prodotto principale della terra di Sicilia. Solo nella parte sud-orientale dell’isola c’era un maggiore attivismo ed erano presenti colture specializzate di noci, viti, ulivi, carrubi. Ma quando nel 1880 una grave malattia della vite, la fillossera, raggiunse la Sicilia, i vigneti ne ebbero conseguenze disastrose.
Una coltura specializzata che cominciò ad incontrare serie difficoltà fu quella del gelso, infatti essa aveva alti costi di manodopera e forti oneri fiscali, mentre la concorrenza delle sete orientali la rendeva antieconomica. Gravati da forti imposte erano anche gli uliveti, mentre erano economicamente vantaggiosi gli agrumeti, che, pur richiedendo un discreto impiego di capitali, avevano un sopportabile regime fiscale e davano un reddito molto alto, infatti la navigazione a vapore ne aveva incrementato l’esportazione degli agrumi, finchè non cominciò a farsi sentire nel 1884 la concorrenza degli agrumi americani.
Le colture redditizie dovevano, però, fare i conti con la mafia ("mano nera"), che esercitava il suo monopolio sulle forniture d’acqua e sul mercato ortofrutticolo. A Palermo, nella cosiddetta "Conca d’oro", gli agricoltori spendevano per l’irrigazione un terzo del loro ricavato.
La politica doganale governativa danneggiò fortemente la Sicilia: la riduzione dei dazi protettivi dopo il 1861 rovinò l’industria tessile siciliana, l’introduzione di dazi protettivi industriali dopo il 1887 avvantaggiò il Nord-Italia industrializzato, ma non la Sicilia, che aveva pochissime industrie.
I latifondisti, ad opera del Crispi, ottennero in cambio del loro appoggio l’introduzione di un dazio sui cereali importanti, che avvantaggiò la produzione di grano e ne fece estendere la coltivazione, a danno dei frutteti e vigneti, condannando, cosi’, la Sicilia ad un basso grado di produttivita’ agricola.
La conseguenza del protezionismo industriale fu per i siciliani l’aumento di costo dei manufatti, quella dei dazi sui cereali importanti fu l’aumento del prezzo del pane, ora che i produttori di grano potevano aumentare i prezzi senza temere la concorrenza straniera. Le tariffe protezionistiche scatenarono la rappresaglia dei paesi stranieri nei confronti del vino e degli agrumi siciliani, le cui esportazioni subirono una drastica riduzione.
Per contro il governo spese in Sicilia meno del 3% del suo bilancio per assicurarle servizi essenziali, come forniture idriche e impianti di irrigazione, e infrastrutture, pur rappresentando la popolazione siciliana il 10% di quella nazionale. La costruzione di strade fu molto lenta, infatti in applicazione di un sistema che aveva dato buoni risultati al Nord, dove le condizioni ambientali erano diverse, essa fu posta a carico delle autoritò locali, che, per le condizioni di miseria dei contribuenti, avevano modeste disponibilita’ finanziarie. Continuò, intanto, la privatizzazione illegale delle trazzere da parte dei proprietari terrieri, con il risultato di ridurne ad un terzo l’estensione.
Ancora nel 1876 la metà dei villaggi erano privi di accesso stradale e, per andare da Palermo a Catania, occorrevano due giorni di viaggio a dorso di mulo. Ancora nel 1910 il rapporto Lorenzoni evidenzierà che molti siciliani non avevano mai avuto occasione di vedere un veicolo a ruote. La mancanza di strade rendeva assai costosi i trasporti (il trasporto del grano dall’interno alle zone costiere ne faceva raddoppiare il prezzo).
La costruzione della rete ferroviaria, iniziata in Sicilia nel 1861, fu anch’essa molto lenta: dopo cinque anni erano stati costruiti soltanto 38 chilometri di binari e 75 dopo 15 anni. Ciò nonostante i vantaggi che essa portò furono notevoli, soprattutto per il porto di Catania, a cui giungevano più agevolmente i prodotti da esportare. Nel 1895 fu completata da Palermo Messina e si parlò persino di costruire un ponte sullo stretto.
A beneficiare della costruzione delle ferrovie fu, soprattutto, l’industria zolfifera, i cui giacimenti si concentravano nelle province di Caltanissetta, Enna, Agrigento e la cui esportazione avveniva nei porti di Licata, Porto Empedocle, Catania. L’industria zolfifera scontava l’assurdità di un regime giuridico, che attribuiva al proprietario del suolo quella del sottosuolo, dal momento che l’influenza politica esercitata dai latifondisti era riuscita ad impedire l’estensione alla Sicilia della demanializzazione del sottosuolo, operata in Piemonte. I latifondisti non sfruttavano, però, direttamente il sottosuolo, ma tramite gabelloti, da cui riscuotevano una quota del prodotto (estaglio), a titolo di affitto, che in molti casi superava il 25 %. La scoperta di immensi giacimenti di zolfo quasi allo stato puro nella Louisiana e nel Texas scatenò una insostenibile concorrenza in Europa nei confronti dello zolfo siciliano, che, nonostante l’aumento della domanda mondiale e l’applicazione in Sicilia del procedimento Gill, che abbassava i costi di produzione, riusci’ difficilmente a fronteggiarla.
La politica economica seguita dal Nord andò, quindi, a tutto danno della Sicilia, i cui deputati in parlamento, appartenenti alla classe dei latifondisti, preoccupavano soltanto di vedere tutelati i loro interessi, anche a danno di quelli generali.
I siciliani investiti di potere non collaborarono, quindi, alla rinascita della Sicilia, restii com’erano a modificarne le strutture economico-sociali, condizione essenziale per un reale progresso.
Mancavano lo spirito imprenditoriale (infatti le maggiori industrie erano nelle mani di inglesi e francesi) ed i capitali, che si preferiva investire nell’acquisto di terra o in titoli di stato. L’aspirazione del siciliano medio era quella di vivere di rendita o di occupare un posto nell’amministrazione statale. In questo desolante panorama c’era qualche confortante eccezione, come quella rappresentata dalla famiglia Florio, il cui capostipite, Vincenzo, morì nel 1868. Il figlio Ignazio raddoppiò il patrimonio familiare con varie attività industriali: la fonderia Oretea e la fabbrica di macchinari di Palermo, che occupavano nel 1876 ben 800 operai; una compagnia di navigazione che, sotto la minaccia della concorrenza francese, si fuse con un’industria del Nord. Dovettero, invece, chiudere i battenti dopo l’avvento delle ferrovie le sue industrie tessili e le vetrerie, sconfitte dalla concorrenza del Nord-Italia, mentre finirono nelle mani di affaristi del Nord l’industria conserviera del pesce, la fabbrica di ceramica, l’azienda enologica di Marsala.




