Lo Zolfo nativo sedimentario siciliano, per sua natura, si trova sempre frammisto ad una ganga che, per quanto noto, può avere natura calcarea, gessosa, gessoso – marnosa ovvero gessoso – argillosa, marnosa, tufacea e tripolacea.

metodo di ventilazione dello zolfo

Ventilato di zolfo presso gli impianti più recenti della Miniera Trabonella.

Sin dall’inizio della coltivazione dello zolfo, oltre che provvedere all’estrazione mineraria vera e propria, si e dovuto affrontare anche il problema della separazione dello zolfo dalla ganga sterile (processo di arricchimento).

Le prime coltivazioni minerarie hanno senz’altro riguardato, come si è già accennato, orizzonti mineralizzati affioranti a giorno, ovvero molto prossimi alla superficie del cosiddetto briscale( prodotto di alterazione della mineralizzazione solfifera a causa degli agenti atmosferici), che costituiva l‘indizio più sicuro della presenza di un ricco giacimento.

Successivamente, con il proseguire delle coltivazioni le stesse sono state condotte creando delle gallerie(calature), che presentavano una pendenza verso il basso, di modeste proporzioni e che seguivano lo sviluppo di strati e lenti mineralizzate. Il colore e l’odore dello Zolfo sono stati certamente facili elementi- guida per i primi minatori.

Con l’incessante richiesta di Zolfo, a livello mondiale, necessario per produrre l’acido solforico, e per lo sviluppo della Chimica in generale, sin dall’inizio del XIX secolo, come visto, si è enormemente ingigantito il numero delle solfare.

Occorreva, pertanto, affinare le tecniche minerarie di coltivazione, di sostegno dei vuoti di educazione delle acque, di ventilazione dei sotterranei che diventavano sempre più profondi e di estrazione a giorno del minerale abbattuto nei cantieri, per poter far fronte alle crescenti richieste internazionali.

Le prime tecniche di coltivazione erano molto rudimentali e basate sostanzialmente sul metodo a rapina, consiste nel creare grosse cavità laddove il minerale era ricco ed abbandonato modeste colonne o pilastri a sostegno della volta; in alcuni casi, le predette colonne venivano recuperate in ritirata, all’atto dell’abbandono del sottosuolo. La cupidigia dell’uomo, assai spesso, ha fatto si che le coltivazioni si spingessero oltre ogni ragionevole limite di sicurezza, cagionando di conseguenza gravi incidenti.

Questa evoluzione delle tecniche di coltivazione mineraria, è facilmente riscontrabile da un attento esame dei cosiddetti ‘piani di miniera’, quei disegni, cioè, nei quali veniva rappresentato di anno in anno il progredire dei lavori nel sottosuolo.

Le condizioni contrattuali fra proprietari ed esercenti di miniera che imponevano di dedicarsi esclusivamente al conseguimento della produzione immediata, la conseguente mancanza di ogni programmazione nello sviluppo dei lavori e delle tecnologie, l’oggettiva ostilità dell’ambiente in sottosuolo pericoloso per crolli, presenza di gas, venute d’acqua, incendi ed esplosioni,hanno contribuito a rendere davvero proibitive le condizioni di lavoro di intere generazioni di minatori e surfarara che hanno pagato davvero un prezzo troppo altro per sostenere un settore economico che non ha portato affatto alla locale popolazione quel benessere e quello sviluppo sociale che ci si attendeva.

Successivamente, con l’affinarsi della tecnica, venne introdotto il metodo abbattimento per gradino rovescio con l’impiego di materiale esplodente per cavare il minerale. Tale metodo, successivamente elaborato con la creazione, laddove il giacimento lo consentiva, di grandi camere, coltivate dal basso verso l’alto con il contestuale riempimento con materiale sterile dei vuoti creati, è stato praticamente utilizzato fino alla chiusura delle ultime solfare(1988).

Le storiche figure del Picconiere, abile e tiranno, e del povero caruso, trasportatore- bambino, ultimo anello di una catena di schiavi dello zolfo, hanno rappresentato nel mondo, per i secoli, emblematicamente, la Solfara di Sicilia.

Per quanto riguarda le tecniche utilizzate per l’arricchimento del minerale c’è da dire che le stesse si sono fondamentalmente basate sul basso punto di fusione dello zolfo dalla roccia mineralizzata, dunque, per semplice arrostimento, era pertanto possibile ottenere lo Zolfo fuso.

Le apparecchiature utilizzate all’uopo, storicamente note, sono state, nell’ordine cronologico, l calcarella, il calcarone, ed il forno Gill con tutte le sue varianti(a tre, quattro,cinque, sei e più camere), in cui sostanzialmente il minerale, ridotto in idonea pezzatura, veniva sottoposto ad accensione, cagionando la fusione dello Zolfo. In alcune solfare sono stati utilizzati altri metodi di fusione(a vapore) ed in via sperimentale sono state impiegate nuove apparecchiature(forni Rom e Masobello).

Altra tecnica di arricchimento utilizzata per ultimo (metà anni cinquanta del secolo scorso) era quella basata sula scarsa bagnabilità dello Zolfo; pertanto il minerale, mescolato con acqua, veniva ridotto in polvere in appositi mulini a palle e successivamente immerso in apposite celle; lo Zolfo, nell’ambito della torbida che ne veniva fuori, si poteva separare con relative facilità dalla ganga per flottazione; infatti, grazie all’introduzione di opportuni reagenti, si creava una certa quantità di schiuma che, per il principio di Archimede, risaliva verso la superficie e che ne trascinava con sé lo Zolfo che vi aderiva a causa della scarsa affinità dello stesso metalloide nei confronti dell’’acqua.

Successive raffinazioni dello Zolfo, per aumentare il titolo, si effettuavano con fusioni e filtrazioni “a caldo”.

 

di Michele Lombardo
Fabio Orlando Editore

Tramoggia miniera trabonella

L’impianto di flottazione della Miniera Trabonella lavorava anche minerale proveniente da altre miniere che i camion scaricavano nella tramoggia ripresa in questa immagine.