Nel 1646 a Messina scoppiò una rivolta, il cui motivo occasionale fu il rincaro del pane; essa fu domata con una certa facilità a seguito di alcune concessioni da parte del vicerè.

Il panorama della situazione siciliana era, però, quanto mai precario: lo scarso raccolto, la rinnovata minaccia turca, ora che da parecchi anni in Sicilia non si erano più curate le opere di fortificazione, l’impossibilità di sostenere il peso fiscale per apprestare la difesa erano elementi destabilizzanti di grande peso.
La Spagna era impegnata, accanto agli Asburgo d’Austria, contro Francia,nella guerra dei trent’anni. Nell’ultimo decennio della guerra la Spagna aveva dovuto affrontare nel 1640 la rivoluzione del Portogallo, resosi di nuovo indipendente sotto Giovanni di Braganza, e da ultimo si ribellarono la Catalogna, Napoli e la Sicilia.

In Sicilia le tensioni rivoluzionarie erano alimentate non tanto da motivi politici, quanto dal malessere economico e dalla fame. Nel gennaio del 1647 la rivolta, capeggiata dal mugnaio Nino La Pilosa, scoppiò a Palermo, dove l’annona era sottoposta a tensioni insostenibili a causa della cattiva annata, che con le piogge torrenziali prima e con la siccità poi aveva visto vanificate le speranze di un sufficiente raccolto.
Il vicerè, marchese di Los Velez, uomo mediocre e inadatto alla carica, cedette senza opporre resistenza alla pressione popolare e, per venire incontro al popolo, aboli’ “perpetuamente” le gabelle fiscali della farina, del vino, dell’olio, delle carni e del formaggio, sciolse il senato di Palermo e nominò 4 governatori, invitando nel contempo i consoli delle maestranze artigiane ad eleggere 2 giurati di loro gradimento. In cambio le maestranze contribuirono alla cattura del capo della rivolta, che fu fatto a pezzi con tenaglie arroventate.

La rivolta dilagò a macchia d’olio tutto intorno a Palermo: Carini, Alcamo, Caccamo, Vicari, Cefalù, Termini, Mazzara, Castelvetrano, Corleone, Cammarata, S. Giovanni, Mussomeli, Naro, Sciacca, Agrigento ottennero l’abolizione delle gabelle fiscali. Poi fu la volta della Sicilia sud-orientale: Modica, Sortino, Siracusa, Noto. A Catania la rivolta esplose nel mese di giugno e un giovane nobile della famiglia Paternò cercò di riportare l’ordine mettendosi alla testa dei rivoltosi, ma anche qui un ruolo decisivo in tal senso ebbero le corporazioni artigiane. Non si trattava, però, di una rivolta a carattere “nazionale” contro il dominio spagnolo, ma di un’esplosione di malcontento volta ad ottenere vantaggi privati. Messina, ad esempio, per essere aiutata a fronteggiare i suoi disordini sociali, cercò di accattivarsi il favore del vicerè offrendogli aiuti per domare la rivolta di Palermo.

Le corporazioni artigiane di Palermo, che rappresentavano il settore privilegiato del ceto popolare, se da un lato covavano motivi di risentimento nei confronti dei nobili, dall’altro ottenevano commesse di lavoro proprio dagli aristocratici, ed inoltre essi temevano il dominio della plebe. Los Velez, in cambio dell’aiuto da esse ricevuto, affidò alle maestranze l’incarico di tenere l’ordine pubblico nella città e il console dei ramai fu nominato capo della polizia. L’atteggiamento del vicerè, favorevole alle maestranze, gli tolse l’appoggio dei nobili, che si erano rifugiati nelle loro campagne e che si rifiutavano di tornare a Palermo; Los Velez, vistosi isolato, fuggì da Palermo.

Intanto nel luglio del ‘47 a Napoli, a causa dell’imposizione di nuove gabelle, era scoppiata una sollevazione popolare guidata da Tommaso Aniello, detto Masaniello.

Con la partenza del vicerè le corporazioni rimasero da sole a reggere la situazione e, poichè l’abolizione delle gabelle alimentari aveva lasciato la città priva di risorse , fecero il tentativo di imporre tasse che gravassero sui ricchi: tributi sui balconi e le finestre, sulle carrozze, sul vino, sulla carne, sul tabacco. Capo dei rivoluzionari al potere era Alesi, un orefice sinceramente desideroso di operare riforme sociali, ma assolutamente leale verso la Spagna. Il suo senso dell’ordine lo portò a far comminare la pena di morte a chi si desse al saccheggio, e questo lo rese gradito agli aristocratici e gli procurò una grande popolarità. Insieme all’inquisitore Trasmiera egli trattò con il vicerè e lo convinse a tornare a Palermo e a dare maggiore autonomia alla città e maggiore potere alle corporazioni artigiane.
Il ritorno del vicerè segnò il declino della fortuna di Alesi: le classi privilegiate reclamavano il pagamento degli interessi sui prestiti allo stato e volevano vendicarsi delle corporazioni, che appoggiavano Alesi. Si servirono, a tal fine, dei pescatori, che scatenarono un moto in cui Alesi fu catturato ed ucciso.

Il vicerè fu, però, costretto a mantenere le riforme concordate con Alesi: ammissione dei rappresentanti popolari nei consigli municipali, coltivazione a grano dei latifondi incolti, riduzione dei dazi. Esse, però, rimasero solo promesse sulla carta a ricordo di una rivoluzione finita nel nulla.
Le corporazioni artigiane, che in essa avevano avuto un ruolo preponderante, avevano rinunciato ad usare la loro forza per fare leva sul governo, ma, al contrario, avevano accettato di agire in suo nome contro il popolo, nel timore di perdere i loro privilegi. Le divisioni sociali erano state, come sempre nella Sicilia spagnola, più forti della solidarietà “nazionale” e la Spagna aveva agevolmente superato la spinta rivoluzionaria usando ancora una volta i siciliani per tenere a bada altri siciliani. Il tentativo di Alesi di chiamare a collaborare il vicerè, il popolo e le classi privilegiate si era rivelato utopistico.

Nel settembre del ’47 la situazione ritornò alla normalità e nel novembre, in seguito alla morte del Los Velez, fu nominato vicerè il cardinale Trivulzio, un uomo di polso fermo. Per fronteggiare la penuria di cibo fu ordinato, pena la morte, a chi vivesse a Palermo da meno di 10 anni, di lasciare la città; i lavoratori agricoli furono autorizzati a lavorare nei campi anche nei giorni festivi, finchè si fossero ricostituite le riserve alimentari; fu ordinato di dichiarare tutte le riserve di grano esistenti e a chi avesse scoperto depositi nascosti ne fu promessa la metà; fu restaurato l’ordine con la consegna di tutte le armi e fu instaurato un rigoroso coprifuoco.

Soddisfatti furono gli aristocratici siciliani, contro i quali la rivolta era stata, tutto sommato, diretta e si rafforzava il loro legame con la Spagna, che si era limitata a fare soltanto promesse senza operare significativi cambiamenti. Il vicerè, cardinale Trivulzio, consentì che i nobili portassero a Palermo bande armate per mantenervi l’ordine, che non fu più affidato alle corporazioni artigiane, inoltre non furono più eletti rappresentanti popolari nei senati cittadini di Palermo e Catania, perchè non ritenuti all’altezza dell’illustre titolo.

Il sistema fiscale fu riaggiustato in senso favorevole ai nobili e al clero, ai quali fu affidato il controllo dei dazi con la raccomandazione di mantenerli su livelli modici; si ricominciarono a pagare gli interessi sui prestiti statali, ridotti, però, al 4% per i palermitani e al 3% per gli stranieri.