Gli anni delle lotte contro i Turchi avevano dato ai baroni siciliani la misura dell’importanza che la Sicilia poteva rivestire nella funzione di arsenale della cristianità e avamposto mediterraneo contro i Turchi.
L’economia siciliana negli anni delle guerre contro i Turchi era stata sostenuta dalle commesse di guerra, infatti essa aveva tratto vantaggio dalla vendita di derrate alimentari (farinacei, vino, formaggio, legumi, sarde, tonno) alle truppe della flotta cristiana. Ma molto denaro usciva dalla Sicilia per l’acquisto di armi dallo Stato di Milano e per l’acquisto di polvere da sparo dal Regno di Napoli.
Il vicerè Terranova (1571-1577) si fece promotore di una politica di risanamento e di rilancio economico della Sicilia evitando per prima cosa di ricorrere per le necessità finanziarie al prestito dei mercanti ed alla vendita dei pubblici uffici. Preferì aumentare dazi ed imposte ed emettere titoli di stato (al 7% e poi al 9%) redimibili in qualsiasi momento. La puntualità del pagamento di queste rendite fu la condizione per conservare credibilità allo stato, ed il Terranova non si lasciò mai indurre a sospenderne il pagamento nemmeno nei momenti di bisogno.
All’inizio del 1575 serpeggiavano timori di insolvenza da parte dello stato ed il Terranova, per migliorare lo stato dell’economia siciliana, si fece promotore di un progetto che prevedeva l’installazione in Sicilia di fonderie e la costituzione di una milizia permanente. In tal modo si sarebbe evitata la fuoruscita di denaro per l’acquisto di armi a Milano e per le paghe alle milizie straniere; questo denaro sarebbe andato, invece, a vantaggio dei Siciliani e avrebbe contribuito a rilanciare il mercato siciliano e ad alleviare la piaga del pauperismo.
Il baronaggio siciliano, che aveva in Carlo d’Aragona il suo portavoce, dette il suo appoggio alla politica economica del Terranova, in cui vedeva l’occasione propizia per uno sviluppo economico e sociale e per una integrazione della Sicilia nella monarchia spagnola. Questo rilancio economico avrebbe, inoltre, reso sopportabile il peso fiscale. Un nuovo flagello giunse, però, a colpire la Sicilia: la peste, che, iniziata da Messina nel 1575 imperversò nelle città siciliane per circa un anno per poi lasciare dei focolai nelle campagne per circa dieci anni; essa fu, poi, seguita da un’epidemia di tifo e dalla carestia del 1591. La peste provocò una decimazione demografica, che ebbe conseguenze rilevanti per l’equilibrio socio-economico della Sicilia.
Ai problemi sanitari ed annonari si accompagnò in questi anni la crisi economica, che, partita dalla Spagna con la bancarotta della Tesoreria di Castiglia, in cui lo squilibrio tra entrate e spese aveva assunto dimensioni preoccupanti, colpì anche la Sicilia. Il debito pubblico era cresciuto a dismisura e si dileguava la speranza da parte dello stato di ricomprare i titoli alienati. La convenienza ad impiegare capitali in titoli del debito pubblico, che davano una rendita certamente interessante (dal 7% era passata al 9%), convogliava verso questi titoli risorse che provenivano dal mercato siciliano, ma vi ritornavano sotto forma di redditi improduttivi e parassitari, che magari venivano impegnati per ulteriori prestiti allo stato.
La pressione fiscale si esercitava, quindi, sul sempre più ristretto settore produttivo e sui consumi, mentre godevano di cospicue rendite parassitarie i baroni ed i mercanti, che disponevano di capitali da prestare allo stato. Si incrementò, così, accanto al baronaggio tradizionale, la cosiddetta "nuova nobilta’", arricchitasi con gli affari e con le operazioni finanziarie.




