Le rivoluzioni del 1848 e del 1860 segnarono per la Sicilia le fasi per una nuova restaurazione.

La fine della stagione rivoluzionaria del ’48 determinò una battuta d’arresto nel processo europeo verso la libertà e la democrazia e segnò l’inizio di una nuova restaurazione. Il re Ferdinando uscì spaventato dalla rivoluzione del ’48 e più che mai deciso ad abbandonare ogni tipo di riforme liberali e ad astenersi da qualsiasi intervento in Sicilia, politica che fu poi seguita anche dal figlio Francesco II, che gli successe nel 1849. Il governo borbonico lasciò al Piemonte la funzione di monarchia guida dell’Italia e si caratterizzò come stato dispotico basato su metodi polizieschi e su una rigida censura.

Nel regno delle due Sicilie presero in mano il governo due politici della vecchia guardia: a Napoli divenne capo del governo Giustino Fortunato senior, in Sicilia fu nominato Luogotenente generale Carlo Filangieri. Entrambi venivano da esperienze giacobine e murattiane, erano competenti nell’amministrazione dello stato dal punto di vista tecnico ed erano moralmente integri, ma le loro idee politiche erano superate, mentre il regno aveva bisogno di una svolta e di un profondo rinnovamento. In Sicilia il tessuto sociale risultava impoverito della parte di borghesia più colta e moderna, costretta a prendere la via dell’esilio, mentre la borghesia meno colta e meno moderna si affrettava a fare blocco con i ceti conservatori saldamente al potere.

Per svelenire gli animi fu data un’ampia amnistia, da cui furono esclusi soltanto quaranta dei capi più in vista della rivoluzione, mentre i componenti del disciolto parlamento sottoscrivevano la ritrattazione dell’atto di decadenza della monarchia borbonica. Lasciarono la Sicilia per prendere la via dell’esilio parecchi liberali, tra cui parecchi nobili, e tutta l’opposizione democratica; tra di essi Ruggero Settimo, Mariano Stabile, Rosolino Pilo, Emerico Amari, Giuseppe La Farina, Michele Amari; La Sicilia era, così, depauperata delle sue forze più progressiste, mentre si saldava il blocco economico-sociale dei latifondisti al potere.

Nonostante la riluttanza del re, la ripresa del potere borbonico in Sicilia seguì una linea morbida, infatti, anche se furono respinte le istanze siciliane di autonomia politica, fu data all’isola autonoma amministrativa e l’esenzione dal servizio di leva obbligatorio. Fu ricreato a Napoli il ministero degli Affari di Sicilia, assegnato al messinese Giovanni Cassisi, mentre luogotenente generale per la Sicilia dal maggio del 1849 fu il Filangieri, che agì con umanità ed equilibrio, e pretore di Palermo fu il barone Riso. Nel 1859 il principe di Castelcicala sostituì il Filangieri nella carica di luogotenente generale.

Un problema che si presentò subito pressante fu quello della sicurezza pubblica, dato che durante la rivoluzione moltissimi detenuti erano evasi dalle carceri e le bande di malavitosi avevano agito a lungo allo scoperto. L’esiguità delle somme in bilancio consentiva la presenza in Sicilia di soli 200 poliziotti e l’abile e fedele capo della polizia, il siciliano Maniscalco, sostituì i napoletani con i siciliani, che meglio conoscevano le caratteristiche del territorio in cui si trovavano ad operare, e chiamò a collaborare con la polizia le bande armate, che durante la rivoluzione erano state dalla parte dei liberali e che ora si adattavano disinvoltamente al cambiamento. Lo Scordato a Bagheria e il Di Miceli a Monreale furono tra i capibanda assunti con il compito di esattori delle imposte e guardiacoste, e il governo, servendosi di criminali siffatti, si proponeva di tenere a bada altre forme di criminalità.

La Sicilia vedeva ai suoi vertici sociali una classe egemone screditata ed assenteista, composta da aristocratici e “galantuomini” (borghesi ricchi). Questi ultimi, come classe emergente, avrebbero dovuto rappresentare per la Sicilia la speranza di un cambiamento, ed invece, una volta diventati proprietari terrieri, assumevano lo stesso atteggiamento irresponsabile dell’aristocrazia. Questi borghesi arricchiti, che costituivano la classe media e alta dei proprietari terrieri e che spesso si erano illegalmente impadroniti delle terre comuni dei villaggi, amavano assumere gli stessi atteggiamenti scontanti dei nobili e facevano precedere i loro nomi dall’appellativo “don”, che era il segno di uno status privilegiato. Per converso nell’isola non esisteva istruzione pubblica ed il popolo cresceva nel più totale abbrutimento. La nascita della media proprietà non aveva, quindi, rappresentato per la Sicilia il mezzo per una conduzione diretta e, quindi, migliore dei fondi agrari da parte dei borghesi emergenti, essi, infatti, non si curavano di amministrare direttamente le loro terre, investendo in migliorie, ma preferivano acquisire sempre più terre per competere tra di loro e con gli aristocratici a livello locale, scatenando lotte per il potere all’interno di famiglie. Pur di avere la meglio non esitavano ad incoraggiare contadini e popolo ad azioni violente di piazza, oppure a fornire delazioni alla polizia borbonica.

La rivoluzione aveva lasciato alla Sicilia un deficit enorme per le sue precarie basi economiche; esso fu colmato, nel corso del decennio successivo, con una manovra finanziaria fondata sul consolidamento del debito pubblico e sull’inasprimento di dogane, imposta fondiaria, tassa sul macinato. Il gettito delle ultime due costituiva quasi la metà dell’intero bilancio isolano e pesava, soprattutto la tassa sul macinato, sui ceti piu’ poveri. Non esistevano imposte sulla ricchezza mobiliare. Profondo era il malcontento dei Siciliani, che esprimeva insieme malessere economico ed opposizione politica quando si dirigeva contro le spese militari e di polizia. Un sistema finanziario impostato in maniera così rigida subiva facilmente profondi turbamenti come contraccolpo di crisi anche transitorie, come avvenne nel biennio ’54-’55, quando uno scarso raccolto di grano ne impose l’acquisto all’estero. I capitali impiegati in tale occasione furono ingenti, essendo i prezzi alti, e venne, inoltre, meno gran parte del gettito della tassa sul macinato, che rappresentava un cespite basilare. Operare una seria riforma del sistema era più difficile che nel ’48, poggiando ormai il potere politico sul blocco dei grandi proprietari terrieri, che, forti della loro consolidata posizione, non esitarono ad imporre tasse impopolari, come la tassa sulle “aperture” (porte delle botteghe, finestre e balconi) ed a ripristinare la legge sulla carta bollata e il dazio sull’esportazione degli zolfi, sull’importazione dei tabacchi esteri e su altri generi.

Negli anni Cinquanta l’agricoltura fu penalizzata da alcune annate di scarso raccolto e da due malattie, la crittogama e la pebrina: la prima colpiva la vite, la seconda il baco da seta. A ciò si aggiunga l’epidemia di colera, che nel biennio 1854-’55 sterminò circa 40.000 persone. La linea finanziaria di governo rimase sostanzialmente quella degli anni Quaranta, caratterizzata dalla concessione di privilegi ai commercianti e dall’obiettivo di incrementare le entrate del fisco a danno dei ceti subalterni e in difesa degli interessi del ceto conservatore, il tutto in assenza di un sistema di credito, che rimaneva di competenza degli usurai.

La monarchia borbonica comprese che in Sicilia, in qualunque modo agisse, avrebbe scatenato la rivoluzione o sul piano politico o su quello sociale: se avesse accettato di far restituire ai comuni le terre usurpate, avrebbe scatenato l’opposizione dei “galantuomini”, mentre se avesse lasciato fare ai “galantuomini”, sarebbe stata sempre incombente la minaccia di una rivoluzione sociale.

L’atteggiamento assenteista della monarchia borbonica aveva, quindi, delle giustificazioni in questa ingovernabilità della Sicilia. Se, ad esempio, non si costruirono ferrovie, fu anche perchè non le chiedevano i capitalisti siciliani, che preferivano spendere altrimenti il loro denaro, anzichè investirlo in iniziative industriali o commerciali. Le stesse considerazioni si potevano fare per quanto riguarda la costruzione di strade, per cui la maggior parte dei siciliani non erano disponibili a sopportare l’aumento delle imposte locali, e anzi molti proprietari privatizzavano lunghi tratti di strade pubbliche e di spiagge.

L’intervento del governo borbonico per la realizzazione di opere pubbliche in Sicilia era ostacolato dalla difficoltà delle comunicazioni, che i Siciliani non volevano migliorare con l’applicazione di metodi moderni, perchè temevano di rendere più facile l’ingerenza del governo. Il battello postale ancora nel 1860 effettuava un solo viaggio la settimana e, quando il tempo era cattivo, la posta poteva non arrivare per parecchie settimane. Ciò nonostante, quando il governo borbonico installò dopo il 1850 circa 700 miglia di telegrafo elettrico e cavi sottomarini, per l’ostruzionismo messo in atto dai siciliani si dovettero impiegare operai calabresi.

Gli anni dopo il 1848 furono per la Sicilia di relativo benessere con l’incremento del commercio in generale e di quello dello zolfo in particolare, con l’incremento dell’agrumicoltura e il miglioramento dei porti di Catania e Messina. Nella Sicilia occidentale gli industriali Vincenzo Florio e Beniamin Ingham davano un esempio di modernità in una società a struttura semifeudale. Il primo, calabrese venuto in Sicilia al seguito di re Ferdinando, oltre a gestire tonnare con una piccola industria di tonno sott’olio, miniere di zolfo, uno stabilimento di filatura con impiego dell’energia a vapore e una fonderia con fabbrica di macchinari, gestiva, insieme all’inglese Ingham, un’azienda enologica e una società di navigazione, fondata nel 1838-’39, che nel 1849 varò la sua prima nave a vapore.

I Siciliani erano intolleranti del fiscalismo borbonico e questo legava, in un certo senso, le mani della monarchia, che, per promuovere un vero progresso economico, avrebbe dovuto aumentare le tasse. La rivoluzione del ’48 aveva mostrato come l’abolizione dei dazi aveva paralizzato l’attività di governo per mancanza di mezzi finanziari. Ma se il popolo, su cui gravava l’odiosa tassa sul macinato, non era disponibile a ulteriori prelievi fiscali, lo erano con minori giustificazioni anche le classi egemoni. La tassa sul macinato dava un gettito tre volte superiore a quello dell’imposta fondiaria ed era impossibile da evadere, ecco perchè il re la ripristinò, ma essa era socialmente ingiusta, tanto più perchè spesso la legge vietava ai contadini di fare il pane in casa ed essi, quindi, pagavano la tassa sul macinato due volte: quando inviavano la farina in città e quando ne riportavano il pane.

Cresceva l’opposizione di contadini ed operai, oppressi gli uni e gli altri dallo sfruttamento selvaggio che nobili e borghesi operavano tramite l’usurpazione delle terre e l’appalto delle gabelle sui consumi, che ricadevano sui ceti piu’ deboli. Qualcosa stava, però, cambiando: i tentativi insurrezionali trovarono collegamento fuori dell’isola con il contributo degli esuli democratici e di quelli liberali. Si guardava al Piemonte costituzionale come ad una forza in grado di costruire una patria italiana, mentre i fuorusciti democratici e liberali superavano i termini di una lotta politica siciliana per confluire verso una piattaforma unitaria federalista. Nonostante tutto l’opposizione al regime borbonico non era, però, generale ed era determinata dal suo essere straniero; solo pochi manifestavano adesione all’idea di una federazione italiana di stati, dal momento che il continente italiano era poco conosciuto, mentre rimaneva vivo lo spirito autonomistico. Rimaneva vivo nei costituzionalisti aristocratici e borghesi (Torrearsa, Settimo, Stabile, Ferrara, Emerico Amari) il desiderio di riscossa della Sicilia per la riconquista delle antiche liberta’, ma in un mondo in rapida trasformazione, in cui il capitalismo e la questione sociale richiedevano pronte risposte, bisognava raccordare queste esperienze prettamente siciliane con le trasformazioni in atto in Europa, e i democratici siciliani (Rosolino Pilo, Michele Amari, Francesco Crispi), si mostrarono duttili e si orientarono verso la soluzione federalista. I gruppi costituzionalisti aristocratico-borghesi, anche se meno numerosi, trovarono, però, risposte più precise e potenti nella concreta situazione della Sicilia, dominata da aristocrazia e borghesia terriera, che manterranno la direzione politica degli avvenimenti del ’60 e del periodo post-unificazione. Gli esuli che operavano all’estero maturarono una visione più ampia e meno particolaristica e, riconoscendo le spaccature esistenti nella società siciliana, auspicarono che un aiuto potesse venire dall’Italia del Nord. Ma, se i liberali moderati erano prevenuti contro la rivoluzione sociale, la pregiudiziale repubblicana dei democratici li allontanava dal Piemonte monarchico. Liberali e democratici , poi, non riuscivano a superare i loro sentimenti separatisti per acconsentire ad una fusione con l’Italia. Gli esuli, però, contribuirono a fare conoscere i problemi della Sicilia a Londra, a Parigi, a Torino, mentre con la diffusione di libri clandestini introdussero in Sicilia la consapevolezza della liberta’ esistente altrove.

Nell’Italia settentrionale Garibaldi si faceva sostenitore dell’idea mazziniana di una rivoluzione siciliana per promuovere l’unità italiana, facendo leva sul sentimento antiborbonico. Crispi fu uno dei sostenitori di questo programma e a tal fine tornò segretamente in Sicilia nel 1859 per preparare la rivoluzione, insegnando la tecnica della guerriglia. Gli esuli siciliani più moderati, preoccupati per i programmi estremisti, si avvicinarono al Piemonte e il Cavour lasciò intendere che, se la Sicilia avesse avuto la forza di scrollarsi di dosso il giogo borbonico, per accettare l’annessione al Piemonte, avrebbe avuto nell’ambito dello stato italiano un notevole grado di autonomia.

Nel 1860 cominciò a diffondersi la voce dell’imminenza di una rivoluzione, che mise in moto le rivendicazioni sociali popolari ed eccitò nei gruppi malavitosi l’idea della possibilità di acquistare ricchezza e potere per questa via.