Il sopravvenuto influsso dell’Austria, dove dominava l’assolutismo illuminato, nel regno delle Sicilie, si concretizzò in un accresciuto peso della Massoneria, fautrice di una politica illuministica, che vedeva nel sovrano il centro motore della società. L’assolutismo illuministico prevedeva il livellamento di tutte le componenti sociali di fronte al sovrano e non poteva consentire il dualismo esistente nel regno delle Sicilie; fu, quindi, deciso il predominio dell’elemento partenopeo a danno di quello siciliano.
Il vicerè Stigliano si rivelò inadeguato a condurre in porto una simile operazione e fu sostituito dal marchese Domenico Caracciolo (1781-1786), ambasciatore napoletano a Parigi, seguace dell’ Illuminismo e amico dei maggiori intellettuali francesi, che avevano dato vita all’Enciclopedia. Mentre il Tanucci era un uomo del passato, infatti era un intellettuale cattolico, che aveva posto in discussione gli aspetti più retrivi della cultura cattolica, ma era rimasto chiuso alla cultura laica, considerata antireligiosa, il Caracciolo era un uomo moderno, perfettamente in linea con la cultura illuministica.
Era la persona più adatta a condurre in porto il nuovo disegno politico, anche se egli manifestò riluttanza ad accettare la carica. Se la motivazione ufficiale del suo iniziale rifiuto fu il suo attaccamento a Parigi, è lecito ipotizzare che doveva essere di altro genere e certamente attinente alla natura della carica che gli si offriva di rivestire. La carica di vicerè era una delle più prestigiose del regno meridionale, ma egli era chiamato a ricoprirla quando primo ministro del regno, da cui il vicerè di Sicilia dipendeva, era il siciliano marchese di Sambuca, rappresentante e fautore degli interessi del baronaggio siciliano, e quindi fautore di una politica di segno opposto al programma di assolutismo illuminato, che il Caracciolo era chiamato a realizzare.Presidente della Giunta di Sicilia era il principe di Camporeale, padre del Sambuca ed anch’egli sostenitore dei privilegi baronali; in questa situazione il vicerè rischiava di essere fortemente condizionato nella sua politica.
Questi ostacoli furono superati con un’anomalia costituzionale, stabilendo che l’interlocutore del vicerè siciliano a Napoli non sarebbe stato il primo ministro, ma lord Acton, ministro della marina, di formazione culturale simile a quella del Caracciolo, al quale fu riconosciuta un’ampia autonomia, che lo metteva al riparo dalle ingerenze della Giunta di Sicilia.
Il Caracciolo ebbe come programma politico in Sicilia la restaurazione dell’autorità regia e del rispetto delle leggi erariali, ma tutto questo senza introdurre sconvolgenti novità legislative, ma usando l’ordinamento costituzionale vigente, di cui egli dava sistematicamente l’interpretazione più favorevole al re. La sua politica, pur così prudente nei tratti programmatici, si rivelò essere una lotta frontale contro la nobiltà, grazie alle esperienze che il Caracciolo aveva maturato presso il governo piemontese ed inglese e alla sua partecipazione alle lotte degli illuministi francesi contro la feudalità. Profondo conoscitore del sistema parlamentare inglese, considerò il parlamento siciliano quasi un giocattolo al confronto di quello inglese, e quindi assai poco pericoloso per quanto riguardava la limitazione della sovranità regia.
Le linee generali della sua politica seguirono il giurisdizionalismo del Tanucci, sostenuto in ciò dal ministro De Marco, segretario di stato per gli affari ecclesiastici; ma dove dimostrò il suo valore fu nella lotta contro la feudalità, che egli condusse secondo gli indirizzi della scuola giuridica napoletana. Tale indirizzo distingueva il regime feudale originario, fondato dai Normanni e dagli Svevi, da quello che era stato instaurato sotto i Catalani, gli Aragonesi, gli Spagnoli. Il primo non era incompatibile con la visione di uno stato assolutista moderno, pur con opportuni aggiustamenti; il secondo era una degenerazione del primo, quando, per la debolezza e l’assenza dei sovrani, clero e baronaggio avevano usurpato gran parte delle prerogative reali. Egli dette, dunque, alla lotta antibaronale un significato giuridico, che la legittimava pienamente.
La politica del Caracciolo ebbe il sostegno popolare, che scoraggiò eventuali reazioni eversive dei nobili, ma il suo successo fu determinato soprattutto dal fatto che i suoi interlocutori si trincerarono dietro una politica di opposizione ad oltranza, che difendeva il giusto e l’ingiusto, e perciò impopolare.
Due gravi calamità funestarono il periodo del viceregno del Caracciolo: il terremoto e la carestia. Il terremoto distrusse nel 1783 Messina e Reggio Calabria e fu necessario chiedere al parlamento di votare nuove tasse per far fronte alla ricostruzione; la carestia nel 1784 determinò per qualche tempo carenza di pane. A questi due gravi avvenimenti si aggiunse il crollo del sistema finanziario e creditizio del regno con il fallimento del Banco pubblico e del Monte di Pietà. Nonostante queste gravi calamità i focolai di rivolta furono sporadici e trascurabili, e di essi non riuscì ad approfittare il baronaggio.




