Quando nel 1759 Carlo III, alla morte del fratello Ferdinando IV, divenne re di Spagna, il mantenimento dell’equilibrio europeo, sancito da precedenti accordi internazionali, gli precluse l’unione delle due corone, e re delle Sicilie fu da Carlo III nominato il figlio terzogenito Ferdinando, un ragazzo di otto anni, mentre il primogenito, Filippo, fu dichiarato incapace di intendere e di volere ed il secondogenito, Carlo, rimase a Madrid vicino al padre. Tutore del nuovo re Ferdinando IV non fu il papa, come ci si sarebbe aspettato, essendo il regno delle Sicilie feudo del papa, ma Carlo dispose che fosse la classe dirigente del regno stesso ad assolvere le funzioni di governo durante la minore età del sovrano. Questa circostanza allentava ancora di più il vincolo feudale esistente con la Santa Sede, a vantaggio dell’emancipazione del regno delle Sicilie.

Saldo rimaneva, invece, il vincolo con la Spagna, infatti veniva stabilito che nel caso in cui il re delle Sicilie non avesse avuto eredi, il regno sarebbe ritornato alla Spagna.

Per esercitare la reggenza ed educare e tutelare il re minorenne fino al compimento di sedici anni, fu istituito un Consiglio di Stato, che funzionava collegialmente; allo scopo di garantire ed incrementare il processo di unificazione dei due regni di Napoli e di Sicilia fu assicurato tra i suoi componenti un preciso rapporto di equilibrio tra siciliani e napoletani. I siciliani chiamati a farne parte furono il principe di Camporeale, presidente della Giunta di Sicilia e Michele Reggio dei principi di Aci, comandante in capo della marina militare del regno. I napoletani furono il principe di Sannicandro, il principe di Centola e Domenico di Sangro. Il marchese Tanucci ebbe il compito di tenere i rapporti con Carlo III e di assicurare l’unità delle direttive di governo. Il principe di Sannicandro ed il marchese Tanucci ebbero, inoltre, una specifica funzione pedagogica nei confronti del giovane sovrano.

Più tardi, per equilibrare la presenza di siciliani e napoletani nel Consiglio di Stato, fu chiamato a farne parte il siciliano principe di Aci, ambasciatore a Madrid, che ebbe il comando delle forze di terra. Il Consiglio risultò, così, composto da tre siciliani e tre napoletani, più il marchese Bernardo Tanucci, che era toscano. In realtà si realizzò una preminenza dei siciliani nella gestione degli affari di stato, voluta dal Tanucci forse in ottemperanza a direttive che giungevano da Madrid, mirate a corresponsibilizzare la Sicilia nel consolidamento del nuovo regno e ad evitare motivi di malcontento e di disimpegno. Da parte sua il re di Spagna assicurava la difesa del regno delle Sicilie da eventuali ambizioni straniere.

La linea politica delineata da Carlo III, mirante all’equilibrio e all’unità, non fu ben vista dai napoletani, che erano gelosi della posizione di riguardo goduta dai Siciliani, sicchè nacquero due "partiti" contrapposti: il napoletano ed il siciliano.

Ma il fatto più gravido di conseguenze fu che l’educazione del giovane re, affidata al principe di Sannicandro, fu carente sotto il profilo storico, nel senso che egli non fu adeguatamente informato sulle peculiarità di fondo dei due regni che era chiamato a governare e, quando raggiunse la maggiore età e assunse i pieni poteri, ignorava, a detta del Tanucci, le differenze esistenti tra i due regni e soprattutto si meravigliava dell’esistenza in Sicilia di parlamenti, che votavano i tributi ed i donativi.

Quando nel 1776 il Tanucci, dal 1767 primo ministro a Napoli, fu allontanato dal governo, queste carenze ai vertici dello stato si manifestarono in tutta la loro gravità.