Le azioni militari a cui il governo sottopose la Sicilia, Determinando uno stato di perenne agitazione, ebbero conseguenze disastrose sulla sua economia, generando fallimenti a catena: nel 1876 nel distretto della Corte d’appello di Palermo furono dichiarati ben 46 fallimenti, dato certamente considerevole in rapporto all’esiguo numero degli uomini d’affari presenti in Sicilia.

Il fenomeno riguardò tutta l’isola e tra le vittime più in vista ci fu la Società di Navigazione "Trinacria", pur così solida all’apparenza, e la CAssa di Risparmio di Catania.

Le misure repressive si aggiungevano alla nuova sfavorevole posizione commerciale, che l’isola scontava dopo l’unificazione, in seguito al suo ingresso in un mercato più vasto, di cui le era impossibile sostenere la concorrenza.

Il fallimento delle imprese generava disoccupazione e la disoccupazione incrementava lo spirito di ribellione e la criminalità, rendendo assai precaria la sicurezza pubblica.

Premeva sul governo italiano, perchè in Sicilia in maniera adeguata, il governo inglese, che, fin dal periodo delle guerre napoleoniche, quando con lord Bentinck la Sicilia era stata sottoposta al controllo delle forze britanniche, aveva posto un’ipoteca sull’isola.Numerosi sudditi inglesi gestivano in Sicilia aziende, latifondi e, soprattutto, miniere di zolfo, minerale del cui commercio avevano quasi il monopolio, impiegando in Sicilia un volume di capitali che nel 1875 era valutato intorno a 500 milioni di lire, cifra certamente enorme per quei tempi.L’istituzione di due nuovi vice-consolati in Sicilia, oltre agli undici già esistenti, da parte del console inglese Georges Dennis fece nascere il sospetto che gli fossero giunte direttive dalla madrepatria per operare un colpo di mano nel caso in cui la situazione degenerasse.

Dinanzi a questo stato di emergenza il governo dispose una seconda inchiesta parlamenta (la prima era stata fatta nel 1867), che fu condotta in maniera strumentalmente politica, allo scopo di rassicurare l’opinione pubblica internazionale ed inglese in particolareLe conclusioni dell’inchiesta, esposte nella relazione di Romualdo Bonfadini, evidenziano che la mafia siciliana altro non era che un fenomeno delinquenziale simile a quelli esistenti in altre zone della penisola (Napoli, Bologna, Torino, Roma). In quanto al disagio sociale, l’inchiesta metteva in luce i dati ufficilai della censuazione dei beni ecclesiastici, che avevano creato 20.000 nuovi proprietari (sappiamo bene che non era stato così), ed altri dati abilmente interpretati in maniera distorta (crescita del salario, abbondanza di lavoro, assenza di emigrazione) allo scopo di documentare l’inesistenza di una questione sociale, che potesse incrementare la protesta socialista.

A conclusioni opposte perviene, invece,Le azioni militari a cui il governo sottopose la Sicilia, Determinando uno stato di perenne agitazione, ebbero conseguenze disastrose sulla sua economia, generando fallimenti a catena: nel 1876 nel distretto della Corte d’appello di Palermo furono dichiarati ben 46 afllimenti, dato certamente considerevole in rapporto all’esiguo numero degli uomini d’affari presenti in Sicilia.

in contemporanea con quella governativa, dai toscani Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, proprietari terrieri conservatori, che, conducendo la loro ricerca con rigore di impostazione e acutezza di analisi, formulano una diagnosi dei mali siciliani, che rappresenta una pietra militare della letteratura meridionalistica ed è un’aperta condanna della politica repressiva adottata dalla Destra nei confronti della Sicilia.

Il punto più significativo di questa inchiesta, ultimata nel 1876, riguarda l’analisi del fenomeno mafioso, che per l’inchiesta governativa era di ordinaria delinquenza, mentre per i due studiosi toscani affondava le sue radici nella struttura sociale siciliana e, quindi, era ineliminabile senza una sostanziale modifica dei rapporti socio-economici.

Il governo, con i suoi metodi repressivi, aveva praticamente legalizzato e cristallizzato questo sistema oppressivo, assicurando l’impunità agli oppressori e impedendo, peraltro, ai siciliani di scrollarselo di dosso.

Il latifondo deserto e sterile rimaneva in Sicilia l‘unità terriera di base, mentre solo una migliore distribuzione della terra avrebbe potuto migliorare le condizioni dell’agricoltura e dei contadini.

Analfabetismo e miseria erano assai diffusi: ben poco era cambiato dai tempi dei Borboni, infatti le vecchie èlites avevano accettato l’unificazione con l’Italia a condizione di poter continuare ad esercitare il loro potere.

Il governo locale era corrotto ed i proventi fiscali non venivano spesi per opere socialmente utili, ma piuttosto per teatri ed edifici, che rendessero prestigiosi i centri urbani.

Per quanto riguarda la mafia, essa rappresentava un uso di potere che veniva a riempire il vuoto creato dall’inesistenza di un governo efficiente, e quindi una forma di rimedio all’anarchia. la criminalità era il mezzo di cui la mafia si serviva per conquistare rispetto, potere e denaro.Essa godeva della connivenza dei ceti abbienti, a cui assicurava protezione, paralizzando agricoltura e industria, mentre l’azione repressiva del governo si esplicava sulle masse popolari.Su di un punto diverge l’analisi dei due studiosi: Sonnino riteneva che i siciliani, lasciati liberi di agire, potessero porre rimedio a questo stato di cose, mentre Franchetti riteneva che la più colpevole fosse proprio la classe dirigente siciliana.

L’inchiesta mette, inoltre, in luce la coscienza di classe che le masse contadine siciliane erano venute via via maturando, infatti sul finire del 1875 erano sorte in Sicilia numerose leghe di contadini, soprattutto nei comuni del "Vallone" (l’interno dell’isola dove confluiscono le province di Palermo, Caltanissetta e Girgenti), che avevano allarmato i proprietari.Emblematico il caso di Valledolmo, dove 400 "lavoratori di campagna", con l’assistenza del notaio Rosolino Guarino, costituirono un’associazione diretta ad ottenere migliori patti agrari e migliori condizioni di lavoro.

Per dare maggiore forza alle loro richieste, essi scioperarono per due settimane, dalla fine di ottobre alla prima decade di novembre, cioe’ nel periodo della seminagione, ma la loro protesta fu soffocata dall’energico intervento delle autorità.

L’inchiesta Franchetti-Sonnino, pur presentando valide ed acute conclusioni, suscitò reazioni negative nell’opinione pubblica isolana per l’atteggiamento di superiorità tipicamente settentrionale, che attribuiva alla Sicilia uno stadio di civiltà inferiore a quello del Nord, e non contribuì certo ad avvicinare Nord e Sud.

Nel 1876 la Sinistra conquistò il potere con il largo appoggio dei deputati siciliani. Le elezioni indette dal nuovo primo ministro Agostino Depretis furono condotte in Sicilia con l’uso di mezzi scandalosamente illeciti, più di quanto non fosse avvenuto sotto il Minghetti due anni prima.Un noto mafioso, Raffaele Palizzolo, fu eletto a Caccamo con un numero di voti che, con palesi brogli, in una zona superarono il 100%, mentre altri mafiosi, con l’appoggio di esponenti politici, occuparono i posti chiave di sindaco di Palermo e direttore del Banco di Sicilia. La riforma agraria, che alcuni conservatori del Nord, come Luigi Luzzatti, ritenevano ineludibile, fu avversata dalla Sinistra, infatti ministro dell’agricoltura era il Barone Majorana, latifondista e banchiere di Catania, che aveva contribuito ad ostacolare la lotta contro la mafia condotta dal Minghetti.Ma mafia non soltanto non fu sconfitta dal governo, ma più tardi riuscirà ad esportare a Roma il sistema delle clientele e della corruzione politica.