L’ unità italiana, solennemente proclamata il 17 marzo 1861, segnò in Sicilia il trionfo di nobiltà e borghesia liberali, che con l’appoggio del governo di Torino si erano garantite una posizione egemone nella nuova realtà nazionale, mentre scontente rimasero le masse popolari, che avevano partecipato all’impresa dei Mille nell’intento di migliorare le loro condizioni economico-sociali e che si vedevano emarginate ed oppresse come è più di prima.
Questo stato d’animo spiega il sorgere di un movimento garibaldino in Sicilia alla vigilia del tentativo di Garibaldi di liberare Roma, poi conclutosi con l’episodio di Aspromonte.Il Rattazzi, capo del governo, lasciò dapprima che Garibaldi arruolasse volontari in Sicilia, salvo poi ad intervenire per fermarlo con le forze governative una volta avvenuta la liberazione del Lazio.Ma questa volta il gioco che era riuscito a Cavour con l’impresa dei Mille non riuscì al Rattazzi, perchè Napoleone III avvertì il governo italiano che le truppe francesi sarebbero intervenute, qualora Garibaldi avesse proseguito nella sua azione.Il re Vittorio Emanuele II con un proclamo alla nazione sconfessò l’impresa garibaldina, ma Garibaldi proseguì egualmente ed il governo mandò a fermarlo alcuni reparti regolari comandati dal colonnello Pallavicino.Lo scontro avvenne sull’Aspromonte il 29 agosto 1862 e l’"eroe dei due mondi" fu ferito, imprigionato e poi liberato in seguito ad un’amnistia.Il Rattazzi fu costretto a dimettersi.
Il governo di Torino, che voleva dare all’opinione pubblica internazionale l’impressione di un’anime volontà annessionistica del popolo italiano, represse con durezza in Sicilia il movimento garibaldino, coadiuvato da borghesia e nobiltà liberali siciliane, sostenitrici dell’ordine a tutela dei loro patrimoni terrieri. Dopo i fatti di Aspromonte il partito d’azione siciliano si organizzò attorno a Giovanni Corrao, che a tale impresa aveva partecipato, riportando una ferita ad un braccio, coadiuvato dai luogo tenenti Carlo Trasselli e Giuseppe Badia.Egli era in Sicilia il più autorevole referente di Garibaldi, che lo aveva promosso generale di brigata, e attorno a lui si riunirono tutti quelli che avevano motivi di dissenso dal governo piemontese, ivi compresi i borbonici, i renitenti di leva ed i latitanti, ma soprattutto coloro che, avendo contribuito ad unire la Sicilia alla nazione italiana, si sentirono traditi dal nuovo governo.Essi erano guardati con grande diffidenza dai "galantuomini terrieri che si sentivano minacciati nella loro stabilità economica e che non erano alieni dal partecipare anche ad azioni cruente contro i sovvertitori dell’ordine costituito, di cui erano strenui ed interessati difensoriIl Corrao non aveva un preciso programma politico, ma soltanto quello di rovesciare il governo tramite un’insurrezione, che fu programmata per il 29 agosto 1863, anniversario dei fatti di Aspromonte.Al progetto aderirono le principali città della Sicilia (Palermo con la quasi totalità dei comuni limitrofi, mentre non aderì Messina, sua eterna rivale), dove si costituirono comitati che avevano come sede di riferimento e di coordinamento Gibilmanna, presso Cefalù, suscitando grande allarme tra i moderati.
Il parlamento di Torino rimase sordo dinanzi alle palesi manifestazioni di disagio economico-sociale in Sicilia, che minacciavano di sfociare nella guerra civile, ma preferì attribuire tali manifestazioni all’opposizione borbonica e alla delinquenza.Quando un deputato cercò di far presente che il problema siciliano non era di pubblica sicurezza, ma piuttosto di giustizia sociale, le sue convinzioni furono considerate antipatriottiche.
La soluzione adottata dal governo nei confronti dell’opposizione siciliana fu quella della repressione, alimentando, così, l’odio dei siciliani nei confronti del governo centrale.Il governo mandò in Sicilia una divisione militare al comando del generale Giuseppe Govone, che tenne la Sicilia quasi in stato di guerra dal 25 giugno al 5 novembre 1863 con il pretesto di dare la caccia ai malviventi ed ai renitenti di leva, in realtà per dare una manifestazione di forza al partito d’azione. Il generale conosceva la precaria situazione della sicurezza pubblica nel Mezzogiorno edaveva a tale proposito scritto una "Memoria" sul brigantaggio nel Napoletano.In Sicilia gli fu lasciata ampia facoltà d’azione (gli fu dato persino mandato di costruire tribunali militari che potevano fucilare i condannati sul posto), che egli usò per condurre un’operazione che ferì ed offese profondamente l’isola.Secondo il Govone il brigantaggio siciliano, a differenza di quello napoletano, che era organizzato in bande, vedeva l’azione di singoli individui, che godevano delle protezioni più disparate, ed era proprio per questo più difficile da combattere.Egli adottò una strategia di capillare rastrellamento paese per paese, con perquisizioni di massa, nelle province di Caltanissetta, Girgenti, Trapani, Palermo. Emblematico il caso di Misilmeri, circondato nottetempo dall’esercito, dove furono perquisite la totalità delle abitazioni (1.150) e furono fermati 2.000 giovani per verificare se tra di essi ci fossero renitenti di leva.
I metodi con cui Govone riuscì a ristabilire l’ordine furono un rimedio peggiore del male, infatti imprigionava i sospettati e li teneva per anni in carcere senza processo; per costringere all’obbedienza interi villaggi prendeva persone in ostaggio; usava anche la tortura e a Licata fu tagliata la fornitura di acqua in piena estate.Durante tali operazioni furono setacciati 154 comuni (quasi la metà dell’isola), furono scoperti circa 8.000 renitenti di leva e arrestati circa 1.200 malviventi. La crudeltà del nuovo stato faceva rimpiangere i borboni e al danno si univano le offese: Govone dichiarò in parlamento che la Sicilia nel suo ciclo storico non era ancora uscita dalla barbarie per entrare nella civiltà.Govone dovette battersi in duello con siciliani offesi dalle sue affermazioni, anche se egli presentò, poi, parziali scuse. La Sicilia uscì prostrata da tale operazione, di cui si avvantaggiarono i moderati, che videro con sollievo la tragica fine di Giovanni Corrao, assassinato nella sua carrozza a Brancaccio, presso Palermo.




