Maria d’Aragona, regina di Sicilia, era l’unica figlia di Federico IV d’Aragona, re di Sicilia, e di Costanza, primogenita di Pietro IV d’Aragona, nacque nel 1362 e fu battezzata nella cattedrale di Catania da Artale Alagona.
I successori di Federico IV d’Aragona non riuscirono a consolidare l’indipendenza della Sicilia, ma ebbe inizio una parabola discendente che la porterà sotto il dominio degli Aragonesi di Spagna, infatti lo Scisma d’Occidente, avvenuto alla morte del papa Gregorio XI (I378), distrasse l’ attenzione delle forze internazionali dalla Sicilia, e di ciò approfittò l’Aragona.
Federico IV, per agevolare la successione della figlia Maria, prevista anche nell’ accordo con Napoli del 1372, in deroga alla legge salica, annullò con una clausola testamentaria la revoca di alcune concessioni demaniali da lui fatte ai baroni, allo scopo di non crearle intorno pericolose ostilità. Ma le ostilità vi furono egualmente, perchè nello stesso testamento Federico IV affidava ad Artale d’Alagona il vicariato del regno, dato che Maria aveva solo 14 anni, suscitando le gelosie degli altri baroni.
Artale d’Alagona, dopo un primo periodo in cui governò da solo, nell’ intento di frenare le spinte anarchiche baronali decise di associare nelle responsabilità di governo i maggiori esponenti della classe feudale, che gli creavano gravi problemi, ed a tale scopo li convocò a Caltanissetta nel 1378. Sorse, così, un governo collettivo dei "Quattro vicari": Artale d’Alagona, Manfredi Chiaramonte, Guglielmo Peralta, Francesco Ventimiglia.
Nonostante essi governassero collettivamente in nome della regina Maria, in realtà la Sicilia fu divisa in quattro distinti vicariati: l’Alagona amministrava dal suo castello di Catania gran parte della Sicilia orientale; Guglielmo Peralta da Sciacca la Sicilia meridionale; Francesco Ventimiglia, conte di Geraci, la costa settentrionale; Manfredi Chiaramonte aveva la sede più prestigiosa, Palermo, ed amministrava anche la contea di Modica nella regione sud-orientale.
La soluzione del vicariato collettivo lasciava, però, intatte le rivalità particolaristiche dei baroni ed anche nel vicariato si creò una spaccatura quando l’Alagona prima ed il Chiaramonte poi in politica estera seguirono l’indirizzo latino, mentre il Ventimiglia ed il Peralta erano fautori di una politica di avvicinamento all’Aragona. L’Alagona condusse a termine una trattativa matrimoniale tra la regina Maria e Giangaleazzo Visconti, ma il matrimonio fu osteggiato dagli altri vicari e Guglielmo Moncada, conte di Augusta, fece rapire dal castello Ursino di Catania la regina per condurla a Licata e poi ad Augusta.
Si inserisce a questo punto l’azione di Pietro IV d’Aragona, che in Spagna governava su Aragona, Catalogna, Valenza e Maiorca. Egli si autoproclamò re di Sicilia, vietando la successione femminile sul trono di Sicilia, e cede i suoi diritti su quella corona al sedicenne nipote Martino, figlio del suo secondogenito, anch’egli di nome Martino, duca di Montblanc, che avrebbe governato come vicario generale dell’isola in nome del figlio, il quale avrebbe, intanto, sposato la regina Maria. Il visconte di Rocaberti, d’accordo col Moncada, condusse la regina a Cagliari per ordine di Pietro IV, che intanto si adoperava presso il papa Urbano VI e presso l’antipapa Clemente VII (l’uno a Roma, l’altro ad Avignone), per ottenere l’investitura del regno di Sicilia, feudo della Santa Sede.
La Chiesa era travagliata dallo Scisma d’Occidente, durato quarant’anni, che ebbe inizio nel 1378, dopo che la sede del papato, che dal 1309 al 1377 era stata in Francia, ad Avignone, fu riportata a Roma. Quando il papa Urbano VI entrò in rotta di collisione con i cardinali francesi, essi elessero l’antipapa Clemente VII, che pose la sua sede ad Avignone, ed a lui obbedivano Francia, Regno di Napoli, Scozia, Aragona e Castiglia, mentre gli altri stati europei si schierarono dalla parte del papa di Roma.
In Sicilia, intanto, il vicario Manfredi Chiaramonte intrecciava rapporti diplomatici con la corte di Napoli, dove la regina Giovanna d’Angiò, che si era schierata con l’antipapa avignonese, era stata dichiarata decaduta dal trono dal papa Urbano VI. Il trono napoletano era conteso tra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, il primo sostenuto dal papa di Roma, che successivamente gli tolse il suo appoggio, il secondo dalla corte francese e dalla Curia avignonese. A Carlo di Durazzo successe Margherita, reggente per il figlio Ladislao, che, politicamente isolata, si avvicinò alla Sicilia, dove spadroneggiava Manfredi Chiaramonte, con il quale concluse un accordo che contemplava il matrimonio di Costanza di Chiaramonte, figlia di Manfredi, con Ladislao di Durazzo, matrimonio che fu celebrato nel 1388.
Tra il 1388 ed il 1390 muoiono Urbano VI, Artale d’Alagona, Manfredi Chiaramonte, Francesco Ventimiglia. A Guglielmo Peralta, unico vicario siciliano rimasto, si affiancano Manfredi d’Alagona, Andrea Chiaramonte, Antonio Ventimiglia, i quali, pur non avendo le capacità di governo dei loro predecessori, ebbero l’accortezza di far leva sul sentimento di solidarietà dei Siciliani contro il pericolo aragonese rappresentato dai due Martini diMontblanc, padre e figlio, che si apprestavano a fare una spedizione in Sicilia per insediarsi sul suo trono. Martino d’Aragona aveva ottenuto dal papa avignonese Clemente VII l’assenso alla spedizione in Sicilia e la dispensa per il matrimonio del figlio Martino sedicenne con la regina di Sicilia Maria, celebrato nel 1990 a Barcellona. Le trattative erano state condotte da Guglielmo Moncada, lo stesso che aveva progettato il rapimento della regina Maria dal Castello Ursino di Catania.
Contemporaneamente il papa avignonese dette anche il consenso alle nozze dell’infanta aragonese Violante con Luigi II d’Angiò. L’Aragona si presentava, così, con una doppia legittimità nella conquista dell’isola.
Il papa romano Bonifacio IX favorì l’opera dei vicari siciliani schierandosi contro l’invasore scismatico (Martino di Montblanc si era schierato con l’antipapa) e contro la regina Maria, che, avendo sposato uno scismatico, perdeva ogni diritto al trono, sicchè la resistenza dell’isola assunse l’aspetto di una crociata, oltre che di una lotta in difesa dell’autonomia.
In un clima di insolita concordia nacque il convegno di Castronovo del 10 luglio 1391, dove i vicari, assieme ai maggiori esponenti della nobiltà siciliana, strinsero un’alleanza contro l’invasore aragonese e in difesa della regina Maria, che essi volevano fosse restituita al regno di Sicilia. Essi dichiararono la loro volontà di procurare la pace, la stabilità ed il prestigio del regno di Sicilia, secondo le direttive del papa, e giurarono di considerare nullo qualsiasi accordo in precedenza stabilito con il re d’Aragona e con il duca Martino, qualora non riscuotesse l’approvazione unanime dei vicari. Libertà e religione erano i due punti sui quali i vicari ed il papa fecero accortamente leva per coinvolgere anche il popolo, ma si trattava, innanzitutto, della presa di coscienza della classe nobiliare di essere con l’acqua alla gola dinanzi alla forza di espansione dell’Aragona.
La monarchia aragonese aveva sempre manifestato l’obiettivo di insediarsi sul trono di Sicilia: Pietro III aveva riunito nella sua persona le due corone e per lo stesso scopo si era adoperato Giacomo II. L’Aragona aveva sempre condotto un’accorta politica di alleanze, mirata da un lato a vanificare i tentativi antiaragonesi, dall’altro a porre le premesse per un insediamento sul trono di Sicilia degli Aragonesi di Spagna. Il possesso della Sicilia rivestiva per gli Aragonesi una grande importanza, per assicurarsi il predominio nel Mediterraneo occidentale in concorrenza con Genova, ed il matrimonio di Martino di Montblanc con la regina Maria era il mezzo per raggiungerlo, ma la crisi che il papato attraversava creava complicazioni religiose di non facile soluzione: Martino di Montblanc, che si era schierato con l’antipapa, ed era, quindi, considerato eretico, aspirava a cingere la corona di Sicilia da sempre feudo del papa di Roma.
Bonifacio IX comprese che in Sicilia si giocavano insieme la carta politica e quella religiosa e che per contrastare l’espansione aragonese bisognava far leva sul sentimento religioso dei Siciliani. Lo scontro tra Martino il Vecchio e Bonifacio IX vide i due contendenti impegnati sul piano diplomatico a tessere la rete in cui doveva cadere l’avversario: il papa fece leva sull’ortodossia cattolica, che era rimasta viva in Sicilia al di là degli schieramenti faziosi, Martino fece leva sugli interessi personali dei baroni siciliani, favorendo largamente alcuni di essi e colmandoli di privilegi e di ricchezze allo scopo di farne un sostegno per l’attuazione dei suoi piani di conquista del potere.
Accanto al papa troviamo il duca Visconti di Milano e Margherita di Durazzo: il primo aspirava a cingere la corona reale effettuando una spedizione in Sicilia; la seconda mirava a combattere nei due Martini i sostenitori di Luigi II d’Angiò, pericoloso rivale del figlio Ladislao, pretendente al trono di Napoli.
Martino il Vecchio, ottenuto l’assenso dell’antipapa Clemente VII, preparò un’imponente spedizione militare in Sicilia, presentandosi come colui che veniva a rimettere sul trono i sovrani legittimi. Egli profittava del fatto che le potenze che avrebbero potuto contrastare i suoi disegni erano impegnate altrove: la Francia nella guerra con l’Inghilterra (guerra dei Cento anni), Napoli nella guerra civile tra i due pretendenti angioini, la Chiesa era dilaniata dallo scisma. In Spagna egli ottenne l’aiuto di Catalogna e Castiglia, mentre in Sicilia fece precedere la sua venuta dalla concessione di cospicui privilegi ai baroni isolani, noti per la loro politica particolaristica condizionata dagli interessi personali.
Martino mirò soprattutto a scompaginare l’opposizione dei quattro vicari, promettendo larghe concessioni in un primo tempo a Guglielmo Peralta e ad Antonio Ventimiglia, che a lui si erano rivolti, e trattando in un secondo tempo anche con Manfredi d’Alagona e Andrea Chiaramonte. Si scatenò tra i baroni isolani la corsa ad accaparrarsi privilegi e concessioni da parte dei nuovi padroni, che con essi largheggiarono tessendo una rete di rapporti, di cui teneva le fila Guglielmo Peralta, affiancato da Enrico Ventimiglia, conte di Collesano, e da Nicolò Peralta, conte di Caltabellotta.
In Spagna molti nobili risposero all’appello di Martino il Vecchio nella speranza di ottenere concessioni e privilegi, che avrebbero fatto di loro la nuova classe dirigente della Sicilia. Due nobili catalani precedettero come plenipotenziari, all’inizio del 1392, l’arrivo della spedizione con il compito di portare a termine il lavoro diplomatico imbastito da Martino di Montblanc: Guerau Queralt e Berenguer Cruillas, che a Messina, la prima città che si era schierata con i catalani, si incontrarono con il Peralta e l’Alagona. I due plenipotenziari catalani furono incaricati da Martino il Vecchio di assicurare che egli veniva a porre sul trono di Sicilia il re e la regina "sotto l’obbedienza della Santa Romana Chiesa e del papa Bonifacio IX", sicchè egli giocava su entrambi i fronti religiosi: da Clemente VII aveva avuto l’assenso alla spedizione, a Bonifacio IX professava obbedienza. Anche Genova e Pisa dettero il loro contributo alla spedizione, allettate dalla promessa del grano siciliano.
Il corpo di spedizione aragonese, composto di 100 navi e 2.000 uomini, finanziato anche da Catalogna e Castiglia, partì da Portfangos, toccò Cagliari e il 22 marzo 1392 giunse nell’isola di Favignana, da dove i baroni siciliani furono invitati a raccogliersi entro sei giorni a Marsala per rendere omaggio ai sovrani, che intanto sbarcavano a Trapani accolti dal tripudio generale.




